L’angolo di Michele Anselmi

Buon ultimo, ho visto anch’io “Qui non è Hollywood”, la miniserie in quattro puntate di Pippo Mezzapesa che stanno dando su Disney+. Me ne avevano detto un gran bene e, per quanto mi riguarda, confermo in buona misura. Del 44enne regista di Bitonto non avevo apprezzato neanche un po’ il cine-romanzo criminale “Ti mangio il cuore”, lui forse c’era rimasto un po’ male, ma è anche vero che il film ha funzionato dappertutto (critica e pubblico). Con questa ambiziosa miniserie, che si può anche gustare come un film di quattro ore, mi pare che Mezzapesa sia tornato a uno stile più severo e meno “effettato”, a suo modo realistico, trapunto di notazioni antropologiche, sempre all’interno di una cifra “pop”, del resto richiesta dalla ricca piattaforma in streaming.
Come sanno anche i muri, la cosa doveva chiamarsi “Avetrana – Qui non è Hollywood”, poi nella cittadina del Tarantino che fu teatro del famigerato fatto di cronaca nera si sono sentiti tutti offesi, sicché la produttrice Grøenlandia di Matteo Rovere ha tolto Avetrana dal titolo e ha lasciato il resto: trattasi, per chi non sapesse, di una scritta che comparve davvero sul muro di cinta della cosiddetta villetta degli orrori.
Non starò qui a riassumere la vicenda giudiziaria che portò prima alla morte per strangolamento della quindicenne Sarah Scazzi, poi all’arresto del contadino benestante Michele Misseri, della figlia Sabrina, infine della matriarca Cosima. Partendo dal libro “Sarah. La ragazza di Avetrana” di Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni, il regista ha concepito insieme a Davide Serino e Antonella W. Gaeta una sorta di affresco tarantino in bilico tra repulsione e fascinazione.
Ogni episodio è dedicato a uno dei “personaggi”: cioè Sarah, Sabrina, Michele e Cosima, e anche lo sguardo del regista cambia, così almeno a me pare, a mano a mano che s’infittisce il mistero su quella morte, avvenuta il 26 agosto del 2010. Si va dal ritratto adolescenziale all’invidia femminile, dal pentimento mistico all’ipocrisia luciferina. “L’impostura” sarebbe stato un titolo possibile, se non suonasse antico. Perché ciò che colpisce, al termine dei circa 240 minuti, è proprio l’assoluto cinismo, mascherato da difesa accanita dell’integrità familiare contro ogni evidenza, praticato dai tre Misseri, specie madre e figlia condannate all’ergastolo, mentre lui è uscito.
Spira un’aria da “L’asso nella manica” di Billy Wilder (in originale non a caso “The Big Carnival”) nel modo in cui Mezzapesa racconta la discesa ad Avetrana dei giornalisti, dei fotografi e delle troupe televisive che per settimane seguirono il caso con una certa morbosità: tra scoop in diretta, carognate varie, “turismo” voyeuristico e indotto economico. Non è una chiamata generale di correo, ma qualcosa del genere, anche se gli autori, pur nella colorita rielaborazione artistica, usano con cura fonti e testimonianze giudiziarie, senza “inventare” nulla rispetto alle dinamiche dell’omicidio.
«Qui è ‘na vita che nun succede ‘no cazzo» si lamenta un cittadino di Avetrana senza immaginare ciò che sta per succedere a quell’adolescente bionda e carina, persa nei suoi sogni d’amore e per nulla in sintonia con la mamma “testimone di Geova”. Da questo punto di vista “Qui non è Hollywood” bene ricostruisce quel mondo meridionale in bilico tra ardori sessuali, ambizioni piccolo borghesi, retaggi ancestrali, corpi sfatti, “orchi” e “mostri”. Grazie anche all’ottima prova dei tanti attori coinvolti: da Vanessa Scalera (Cosima) a Paolo De Vita (Michele), da Giulia Perulli (Sabrina) a Federica Pala (Sarah), da Anna Ferzetti (la giornalista) a Imma Villa (la madre Concetta).
Poi, a dirla tutta, per i miei gusti Mezzapesa esagera con primi piani ravvicinati, prospettive di nuca, sfocature, grandangoli, corvi, spaventapasseri, acque putride, crocefissi su muri che trasudano fango, riprese subacquee; ci sono pure un balletto in cucina al suono di un ritmo sudamericano, le canzoni di Al Bano e Romina, un omaggio al Muccino di “Ricordati di me” e “Who Wants to Live Forever” dei Queen come leit-motiv. Non di meno il regista, pugliese come la storia che racconta, maneggia con forte senso dello spettacolo l’argomento scabroso, con qualche affondo sociologico che non degrada nel “j’accuse” generalizzato e qualunquista.
Fa piacere che un regista e sceneggiatore come Francesco Bruni abbia scritto sulla sua pagina Facebook: «Che bel lavoro, che attori, che accuratezza. Complimenti sinceri a Pippo Mezzapesa». Non capita spesso tra colleghi.

Michele Anselmi