“Pietro Germi. Un maledetto imbroglio”, in libreria per Profondo Rosso, analizza la carriera di un cineasta gigantesco del nostro cinema, impossibile da incasellare in una qualsivoglia categoria. Ne abbiamo parlato con il critico Roberto Lasagna, curatore di una notevole monografia.

Cominciamo a parlare della “rimozione critica” di Germi, al centro di un equivoco critico spaventoso, e dei motivi che l’hanno generata?
Roberto Lasagna: Germi è stato un cineasta moderno a anticipatore, perché con il suo gusto personale e la sua capacità di racconto ha contribuito a sprovincializzare il cinema italiano e nello stesso tempo a renderlo parte di un discorso metaforico suscettibile di accogliere temi e prospettive complesse, sollevando interrogativi e proposte con una visione calata nel vissuto sociale. La “rimozione critica” è dovuta in parte alla sua non conformità ai canoni: popolare e svicolante dai canoni neorealisti quando fu nondimeno uno dei nomi più significativi della corrente, raffinato e incisivo nelle commedie, è stato in grado di portare il racconto cinematografico al servizio di discorsi non tranquillizzanti, non accomodanti, fornendo ritratti che sono ancora oggi moderni e non facilmente assimilabili dalle mode o dalle rivalutazioni.

In questi mesi in cui hai presentato in giro per l’Italia il volume, qual è stata la reazione del pubblico al tema e quale credi sia la conoscenza degli appassionati dell’opera di Germi?
R.L.: In particolar modo, in tre presentazioni del libro (al Festival Cinema Ritrovato di Bologna e al Circolo dei Lettori di Torino, quest’ultima con la partecipazione di Linda Germi e al Club Amici del Cinema di Genova, città natale del regista), ho riscontrato grande interesse per Pietro Germi e la sua figura di cineasta indipendente, apprezzato per alcuni suoi film che restano nella memoria e nella cultura degli spettatori. Un cineasta ritenuto, come ad esempio Sergio Leone o Dario Argento, un autore tout court capace di coinvolgere il pubblico e nel caso di Germi anche di aprire il varco su tematiche sociali rappresentate con uno sguardo in grado di superare steccati e combattere il moralismo e i luoghi comuni. Titoli come “Il cammino della speranza” o “Divorzio all’italiana” fanno breccia anche tra i giovani spettatori che scoprono un autore moderno, anticipatore, che ci parla dell’arretratezza dei costumi e delle leggi e vuole raccontare l’Italia così com’è, con i suoi travagli sovente arginati da leggi e costumi arretrati. Il pubblico riscopre titoli in cui gli interpreti hanno dato il meglio, penso ad esempio a un film come “L’immorale”, con un grandioso Ugo Tognazzi, o a “Signore & Signori”. La dimensione tribale della società italiana del secondo Dopoguerra viene allo scoperto e ce n’è per tutti…. Uno sguardo non riconciliato che un cineasta come Martin Scorsese, ad esempio, apprezza molto e di cui ha sottolineato le qualità formali e l’incisività di racconto, ma soprattutto la schietta capacità di Germi di riprodurre caratteri, di scolpire ritratti sfaccettati di individui “scomodi” che innegabilmente ci consegnano un ritratto attendibile delle maschere umane che ci circondano.

Germi è spesso associato alla commedia all’italiana, quasi fosse soltanto l’autore della splendida triade “Sedotta e abbandonata”, “Divorzio all’italiana” e “Signore e signori”, eppure il suo percorso attraversa diverse fasi dove lascia sempre il segno, dal neorealismo all’affresco risorgimentale, dal giallo al racconto morale… Possiamo parlarne?
R.L.: Sono anche questi gli argomenti principali del libro che ho curato con alcuni di quelli che ritengo i migliori critici italiani. Abbiamo creato insieme un gruppo che in Germi ha saputo cogliere le diverse fasi rispettandone lo spirito originario. La cosa bella è che quando ci si trova dinanzi a un autore così sfaccettato hai la possibilità di coinvolgere e motivare critici che abitualmente magari non si ritroverebbero a parlare esclusivamente di Neorealismo, oppure, ad esempio, di Commedia all’Italiana, oppure di Noir…. con Germi trovi un autore eclettico, tutto da riscoprire. Un autore motivante anche per chi deve scriverne. Il Neorealismo, le Commedie, l’affresco risorgimentale, ma soprattutto, all’interno di questi macro-filoni, sfaccettature molteplici. Tutto il cinema degli inizi di Germi, ad esempio, quello che va da “Il testimone” a “Il cammino della speranza”, giusto per schematizzare, contiene sviluppi e frequentazioni con generi e stili che offrono squarci sul loro tempo, sui luoghi, sulle prospettive sociali e le temperature emotive dei racconti. Poi il periodo della grande commedia inaugurato con “Divorzio all’italiana” ha anch’esso sviluppi alti, vengono definiti quadri sociali con la capacità di comporre ritratti fulminanti che poi portano ad altri sviluppi.

Nonostante il libro che curi faccia esplicito riferimento a “Un maledetto imbroglio” è invero una monografia su tutto il cinema di Germi. Possiamo parlare di come hai organizzato il lavoro e di come hai assegnato i vari saggi ai diversi collaboratori?
R.L.: Il titolo “Un maledetto imbroglio” vuole essere un rimando al rapporto problematico di Germi con la critica cinematografica e intende suggerire quanto possa essere stimolante – come in una detection – riproporre una visione dei suoi film considerando che attraversano anni clamorosamente portatori di speranze e bisogni di cambiamento. E naturalmente “Un maledetto imbroglio” è anche uno dei suoi film più belli e moderni, un titolo che tra l’altro piace molto a Dario Argento, il quale vi riconosce una sorta di prototipo del giallo italiano. Ricordiamo che Argento fu un giovane critico cinematografico e “Un maledetto imbroglio” fu uno dei suoi amori cinematografici. E non ci deve sorprendere perché il film di Germi sperimentava e lui lo ha fatto spesso. Sperimentava quando adattava Gadda e introduceva elementi narrativi inconsueti per la scena italiana. Un aspetto che nel libro è trattato anche grazie a due saggi. Il lavoro sul libro è stato concepito condividendo le singole fasi, i singoli film, con gli autori che fanno parte del progetto, di solito assegnando a ciascun critico un intervento o un paio di interventi seguendo le loro attitudini. Voglio ricordarli anche per la cura dei loro testi e la capacità di sintonizzarsi, molto bene, in una prospettiva condivisa: Giuseppe Gangi (“Gioventù perduta” e “Il brigante di Tacca del Lupo”), Antonio Pettierre (“Il cammino della speranza”), Fabio Zanello (“La città si difende”), Anton Giulio Mancino (“La presidentessa”, “Gelosia”, “Amori di mezzo secolo”), Emanuele Rauco (“Il ferroviere”), Lapo Gresleri (“L’uomo di paglia” e “L’immorale”), Francesco Saverio Marzaduri (“Un maledetto imbroglio”), Tonino Repetto (il rapporto tra Germi e Gadda per “Un maledetto imbroglio”), Benedetta Pallavidino (“Signore & Signori”), Mario Galeotti (“Serafino”), Fabio Cassano (“Le castagne sono buone”), Giorgio Simonelli (“Alfredo Alfredo”), Alessandro Amato (Pietro Germi attore). Io ho curato il libro e ho scritto il saggio introduttivo e i capitoli su “Il testimone”, “In nome della legge”, “Divorzio all’italiana” e “Sedotta e abbandonata”.