L’angolo di Michele Anselmi 

A 86 anni compiuti Pupi Avati sta facendo parlare parecchio di sé sui giornali. Un giorno lancia la proposta di un ministero ad hoc per il cinema scorporabile da quello della Cultura; un altro se la prende con «il nepotismo» diffuso nell’ambiente e con la propensione dei registi italiani ad essere «generi di sé stessi», insomma a non sperimentare stili diversi; un altro ancora racconta l’amore imperituro che lo lega alla moglie Amelia, eccetera. Magari anche questo è un modo per promuovere il suo nuovo film, che fu accolto come titolo di chiusura all’81ª Mostra del cinema e ora, giovedì 6 marzo, esce nelle sale targato 01 Distribution, cioè Rai Cinema.
Si chiama “L’orto americano”, l’ha scritto insieme al figlio Tommaso, è in bianco e nero, anche se girato a colori, appartiene a quel gotico padano spesso frequentato dal cineasta bolognese. Sin dai tempi di “La casa dalle finestre che ridono” Avati s’è divertito, con intervalli regolari, a spaventare il suo pubblico, tirando in ballo oscure leggende e maledizioni paranormali, sempre con qualche dettaglio autobiografico.
Si parte dal 1946, subito dopo la Seconda guerra mondiale: ma non siamo in Italia, bensì a Davenport, nell’Iowa. Un gentile giovanotto italiano, un Lui di cui non sapremo il nome, è approdato sin lì per scrivere il suo romanzo, e il caso vuole che si sistemi nella casa attigua a quella di un’anziana signora distrutta dal dolore. Sua figlia Barbara, infermiera dell’esercito americano, non è mai tornata dal fronte italiano, e lei si strugge nel ricordo. L’italiano prova a confortare la donna, così scopre da una fotografia che Barbara è proprio la bellissima fanciulla che incrociò un anno prima in una barbieria bolognese, trasformando quella “visione” in un amore totalmente idealizzato.
Dentro “L’orto americano” ci sono temi ricorrenti nel cinema di Avati. Il culto dei defunti, con i quali si può parlare sentendone le “voci”; la pazzia che tale non è ma isola socialmente e mette all’indice; i dettagli raccapriccianti che derivano da segrete turbe sessuali; un apparato simbolico che pesca nella cultura antica (qui i poeti greci Bacchilide e Pindaro). In più c’è il secondo Dopoguerra, dalle parti del Po, laddove l’acqua dolce del fiume si mischia con quella salata dell’Adriatico, in un contesto paludoso, s’intende desolato e minaccioso.
Non vorrei svelare troppo: sappiate solo che, una volta tornato in Italia, il giovanotto si mette alla ricerca di Barbara, nella speranza di trovarla viva, invece s’imbatterà in una crudele storia di femminicidi e mutilazioni genitali. Scrive Avati: «Sarà il mostrare quest’Italia ridotta in macerie, nella comparazione con la rassicurante America, a tratteggiare simbolicamente il disagio mentale che accompagna l’io narrante della nostra storia».
Il pregio di “L’orto americano” sta nell’ambientazione scelta e nel clima di desolata minaccia che avvolge il sensibile protagonista, probabile alter-ego del regista; il difetto sta nella costruzione qua e là divagante, dai bulloni non bene stretti e dalla suspense un po’ vecchio stile (con tanto di musiche alla Roger Corman). Ma Filippo Scotti, che fu lanciato da Sorrentino con “È stata la mano di Dio”, è convincente, sottile e se la cava bene con l’inglese nella prima parte; mentre Rita Tushingham, Chiara Caselli, Roberto De Francesco, Nicola Nocella, Massimo Bonetti, Claudio Botosso s’intonano al disegno avatiano, tra affondi dialettali e torve allusioni.
Vedendo il film, ho avuto la sensazione di conoscere la chiesa cattolica inquadrata in una scena ambientata negli Stati Uniti. Non mi sbagliavo: in realtà è il Tempio valdese di piazza Cavour a Roma.

Michele Anselmi