La Mostra di Michele Anselmi | 20
Circonfuso da un’aura di capolavoro annunciato, è approdato oggi alla Mostra, in concorso, “Duse”, quarto lungometraggio di finzione del cineasta casertano Pietro Marcello. In effetti è un bel film, complesso e stratificato, a mio parere non un capolavoro, ma ce ne fossero, ai festival, di opere così. Il titolo spiega tutto: si parla di Eleonora Duse (1858-1924), detta “la divina”, attrice italiana nota in tutto il mondo per carisma e bellezza, pure per il suo piglio recitativo, tutto istinto, rabbia, nervi. Non frequentò il cinema, a parte lo sfortunato “Cenere”, dal romanzo di Grazia Deledda, girato nel 1916; fu il teatro il fiume nel quale amava nuotare, muovendosi tra Ibsen, Verga, Boito e D’Annunzio (questi ultimi due furono suoi amanti), però rimpiangendo di non aver mai interpretato un testo di Cechov.
Spiega il regista: «Ho voluto raccontare l’anima di una donna in un’epoca di grandi sconvolgimenti storici, con la possibilità di indagare temi a me cari: il ruolo dell’artista di fronte alla tragedia della guerra, la povertà e il dolore, le possibili declinazioni del rapporto tra arte e potere». Così in buona misura è “Duse”, che arriva con un anno di ritardo rispetto al centenario della morte, a differenza del bel ritratto firmato da Sonia Bergamasco con “Duse, the Greatest”.
Naturalmente Marcello non gira un film biografico classico, preferendo concentrarsi sugli anni finali, diciamo tra il 1918 e il 1922, quando nella vita della “divina” tutto sembrò precipitare, a causa dei debiti, dell’inattività professionale, soprattutto della tubercolosi giunta a uno stadio avanzato. La malattia non le impedì comunque di recitare fino alla fine, infatti sarebbe morta a Pittsburgh, negli Usa, praticamente in scena, anche se il film preferisce fermarsi due anni prima, alludendo a un progressivo distacco dal mondo, a una specie di suicidio («Tre cose desidero appassionatamente: lavorare, vivere e morire»).
Valeria Bruni Tedeschi oggi ha 60 anni, Eleonora Duse aveva suppergiù la stessa età sul finire degli anni Dieci: le due attrici non si somigliano e tuttavia qualcosa le unisce, nel temperamento, nella naturalezza, nell’indocilità. «Ho cercato di “incontrarla”, di parlare con lei e mi sembra di averla conosciuta, come un’amica» spiega Bruni Tedeschi nelle interviste, come se “la divina” fosse un po’ entrata in lei, o viceversa, in una specie di transfert umano e recitativo.
Colta nel crepuscolo della carriera, la sua Duse è capricciosa e carismatica, poco incline ai compromessi, pure contraddittoria: detesta l’ex amante D’Annunzio che continua a chiamarla “Ghisola” e tuttavia si ricongiunge spesso a lui per confidarsi; vorrebbe smetterla coi soliti classici dopo un vivace confronto con Sarah Bernhardt e però umilia il giovane Giacomo Rossetti Dubois, autore di un mediocre testo scritto per lei; rivendica l’autonomia economica delle donne ma poi ringrazia Mussolini che cancella i suoi debiti e le riconosce un vitalizio…
Ancora: ecco gli attori Ermete Zacconi e Memo Benassi, ecco il rapporto complicato, conflittuale, con la figlia Enrichetta e i suoi due nipoti, ecco lo splendido incipit con lei che sale sull’altipiano, insieme all’assistente Désirée, per rincuorare i soldati italiani ancora in guerra.
Scritto dal regista con Letizia Russo e Guido Silei, il film è visivamente suggestivo, molto meditato nel montaggio e nell’uso delle musiche, il ricorso ai primissimi piani, quasi a mostrare le imperfezioni della pelle di Duse, si combina all’utilizzo di sorprendenti immagini d’epoca “colorate” per renderle omogenee alle tinte fotografiche: gli arditi col coltello tra i denti, il trasporto del Milite Ignoto per ferrovia e evocare anche il cordoglio per la morte di Duse. Ne esce il ritratto di un’attrice affascinante e insopportabile, certo umorale, che non maschera i capelli bianchi e indossa mantelli e cappelli con naturale eleganza.
Come si diceva, Bruni Tedeschi si cuce addosso il ruolo di Eleonora Duse, senza rifare eternamente sé stessa, molto mettendosi in gioco sul piano vocale ed espressivo; ben scelto il resto dell’affollato cast: da Noémie Merlant a Noémie Lvovsky, da Fausto Russo Alesi a Vincenzo Nemolato, da Federico Pacifici a Giordano Bruni Guerri. Quest’ultimo incarna l’assistente personale di D’Annunzio: nella vita vera è storico, scrittore e timoniere ormai ad vitam del Vittoriale dannunziano.
Il film, dedicato a Goffredo Fofi, sarà nelle sale con PiperFilm, coproduce per l’Italia la Palomar di Carlo Degli Esposti: uno che, al cinema, ama il rischio.
Michele Anselmi