“Cary Grant. I film dei nostri sogni”, a cura di Roberto Lasagna, in libreria per i tipi di La cineteca di Caino, raccoglie 40 saggi sull’interprete preferito di Hitchcock e Hawks, con l’obiettivo di restituire il ritratto approfondito e quanto possibile veritiero di un artista che, per forza di presenza e sedimentazione nell’immaginario collettivo, è quasi più autore che attore. Ne abbiamo parlato con Roberto Lasagna.

È singolare notare quanto un film con Cary Grant non di rado diventi quasi un film di Cary Grant, anche a dispetto dei grandi nomi che si celano dietro la macchina da presa… Cosa ne pensi?

Roberto Lasagna: La domanda coglie nel segno e introduce la prospettiva che emerge nel libro. Grant è una filosofia. Con i film che interpreta, grazie alle collaborazioni con i grandi registi, matura come interprete e lascia emergere un personaggio moderno, che a partire dagli anni Trenta si affianca a grandi dive e assume la dimensione dell’amatore, poi diventa protagonista della screwball comedy e contribuisce a rinnovare il linguaggio delle relazioni in un’America in cui è chiamato a essere il trampoliere di una leggerezza che sgomita e sovverte i rapporti di forza e di classe. Le sue unioni artistiche con Katherine Hepburn, con Leo Mac Carey, George Cukor e con Howard Hawks mettono a punto le commedie migliori del cinema americano, definiscono una rivoluzione di linguaggio affettivo e preludono a quella dimensione di ribelle dell’establishment che è poco nota. Grant, dopo un iniziale contratto con la Paramount, se ne libera, firma contratti più brevi, cerca le collaborazioni con cui tessere relazioni artistiche che possano portarlo verso mete personali, fa scintille con Hitchcock il quale ne sovverte l’immagine di eterno seduttore e ne potenzia le sfaccettature peraltro assecondando un’inclinazione che l’attore aveva già a messo a frutto in una serie di commedie e film per niente prevedibili. Hitchcock ne fa il protagonista di quattro film che restano nella storia e nel frattempo Grant fonda la sua casa di produzione, la Grantley Productions, difendendo una visione dell’esistenza in cui è centrale l’equilibrio tra le norme sociali e le vertigini delle passioni, difendendo al cinema l’alchimia di uno spettacolo in cui degli interpreti, della loro complicità, non si vorrebbe fare a meno dopo le due ore di proiezione…

Elegante, empatico, ironico, distaccato, Cary Grant raffigura il concetto espresso da Edgar Morin del divo inteso come “una nuova mitologia moderna e un prodotto autentico del capitalismo borghese”. Quali sono gli elementi che lo distanziano dai divi che lo hanno preceduto e quali sono le caratteristiche che ha imposto come necessarie per essere un nuovo modello divistico?

R.L.: Se inizialmente Grant ha in mente il modello di Gary Cooper, perché gli sembra il divo fotogenicamente più affine, è poi l’ironia il grande passepartout. Il distacco in realtà è un elemento dell’eleganza espressiva, si affiancherà sempre di più alla raffinatezza del tocco, a una regia interpretativa in cui Grant affina la padronanza delle regole della comicità apprese con Mac Carey e ne fa motivo di ispirazione della sua classe. Diventa un divo per la sua capacità di lasciarsi travolgere dalle relazioni artistiche con il femminile ma anche perché di quel femminile è un paladino seduttivo che non ha timore di smarcarsi dai modelli. Con lui il linguaggio del corpo schiude, in un’eleganza istintiva, una leggerezza di tono che gli permette di non essere mai troppo sul piedistallo, anzi quel piedistallo verrà talvolta messo alla berlina, come ne “L’intraprendente signor Dick”, in cui un’adolescente e non più bambina Shirley Temple si innamora di lui vedendolo costantemente in una corazza immaginaria. Grant appartiene al tipo del divo secondo Edgar Morin, ne rappresenta in un certo senso l’apoteosi per l’universalità e la circostanza di essere un paladino che sembra appartenere a un controcanto schiettamente a-politico, poi però scende da quel piedistallo che lo sorregge, intona un’empatia che pochi hanno manifestato con così devota coerenza, è talmente “indiscreto” da incarnare la modernità dei costumi e le trasformazioni in atto poco prima dell’avvento del Nuovo Cinema Americano degli anni Settanta in cui tutto cambierà di nuovo.

A dispetto di un’immagine serena e quieta (Hitchcock diceva di lui che mai avrebbe potuto interpretare un assassino), Grant era un uomo con un grande trauma alle spalle legato alla umile famiglia di origine e al rapporto con la madre, un trauma che cercò di curare anche con l’ipnosi e l’LSD. Possiamo parlare di questo e di come può aver influito su quel suo sembrare quasi appartenere ad un altro mondo?

R.L.: Nel libro approfondiamo questo argomento, tuttavia analizziamo soprattutto i suoi film dalle origini sino al congedo dallo schermo dando risalto al lavoro artistico, alle singole produzioni e regie, dove l’aspetto biografico emerge certamente ma senza che sia in alcun modo nostro intento quello di intraprendere una direzione “scandalistica” o da rotocalco. Il cinema e i film di Grant non a caso affrontano temi disparati ma con una sensibilità comune, elogiando tante volte la differenza, il punto di vista insolito, come in “Un evaso ha bussato alla porta”, “La gente mormora” o ne “Il ribelle”. Questo frequente uscire dai luoghi comuni e affrontare attraverso la commedia o il dramma situazioni che l’empatia permette di cogliere con sensibilità e acutezza rivela un’attenzione umana che va oltre l’immagine del divo dai modi sicuri, oltre il ritratto un po’ stereotipato dell’equilibrista della commedia o dell’abile ex-ladro frequentatore dell’alta società di “Caccia al ladro”. Cary Grant aveva una marcia in più in fatto di sensibilità, e un film come “Un amore splendido” lo esprime in maniera eccellente. In quel film l’attore, che interpreta un latin lover solitamente a caccia di ricche ereditiere, con il contributo di Leo Mac Carey sfodera una sensibilità a fior di pelle che gli permette di entrare con grandi risonanze espressive in un racconto in technicolor che sprigiona il potere trasformativo delle emozioni. Un grande film sulla perdita e sul superamento del dolore che attraverso l’impagabile nonchalance dell’attore riesce a calibrare profondità e tocco lieve in un caposaldo del (miglior) cinema sentimentale. Forse quei misteriosi sguardi sugli abissi che la vita privata dell’attore sperimentava hanno favorito un’apertura in grado di fare dell’interprete il testimone attento ai sentimenti che l’ironia rendeva ancora più disinvolto e brillante.

Perfetto nelle screwball comedy di Hawks, McCarey e Cukor e nei thriller di Hitchcock o Donen, Grant ha stabilito con lo star system un rapporto di potere in cui è lui stesso a definire le regole del gioco. Passiamo in rassegna le sue collaborazioni più importanti e i momenti che segnano una svolta nel suo percorso?

R.L.: Per Grant sono state sicuramente importanti le collaborazioni con George Cukor, Howard Hakws, Leo MacCarey, George Stevens, Alfred Hitchcock, Stanley Donen. Con questi registi sono avvenute le principali svolte. Cukor è il regista di tre film fondamentali: “Il diavolo è femmina”, “Incantesimo”, “Scandalo a Filadelfia”. Grazie a questi film si sviluppa la collaborazione tra Grant e Hepburn, e prende visibilità la maturazione di un personaggio che flirta con aspetti del femminile in direzione di una modernità di sguardo sui costumi e le abitudini senza trascurare una vena critica verso la società dell’epoca e dando risalto a quella che verrà definita la “commedia del rimatrimonio”. Grant vi sviluppa parte del suo aspetto nuovo e irriverente, la direzione di una modernità che nei rapporti individua i connotati di una gaudente follia, benissimo còlta da Howard Hawks che nelle sue commedie “Susanna” o “Il magnifico scherzo” intercetta tutto il potenziale irrefrenabile di un paleontologo in bilico sullo scheletro delle convenzioni sociali o dello scienziato in preda agli effetti dirompenti del suo fluido. Ma Hawks, come Hitchcock, scopre anche un altro Grant, quello serio e disperato di “Avventurieri dell’aria”, che diverrà un giorno magnificamente preoccupato sul set e per via del coinvolgimento fatale con la “Mata Hari” Ingrid Bergman di “Notorius – L’amante perduta”. Hitchcock avrebbe ricordato che Cary Grant è l’unico attore a cui ha voluto bene. L’unico con cui avrebbe finito per identificarsi. L’unico in grado di raffigurare, in “Intrigo internazionale”, il simbolo stesso dell’uomo comune, il pubblicitario Roger Thornill dalla vita apparentemente ordinaria con la sua agenda di lavoro sempre piena zeppa di impegni, e questa volta calato in una situazione straordinaria. L’esaltazione della condizione che il cinema ha proposto per decenni questa volta ci regala un film sull’identità sfuggente, su un personaggio che viene scambiato per il fantomatico George Kaplan del controspionaggio, divertendo in merito al vuoto identitario al seguito di un pirandelliano gioco di maschere e travestimenti dove sia Roger Thornill sia lo spettatore sono i sorpresi e continuamente spiazzati protagonisti. Un elemento che Grant suggerisce con la sua elegante adesione a un equilibrismo esistenziale in cui il divo si ritrova al cospetto di elementi parodistici ma anche di scoppiettanti simbologie sessuali. Grant, che Ian Fleming avrebbe voluto per 007, in realtà gli preferì il divertito autocitazionismo di “Sciarada”, per collaborare con un altro maestro, Stanley Donen, grazie a cui anche il ritorno in scena del suo personaggio potesse assumere i toni di un balletto, di una danza tra i bagliori di un cinema moderno, elegante, dal sapore intessuto di ricordi.

In che modo hai lavorato nell’attribuzione dei saggi e come hai scelto i collaboratori per le varie tematiche? Considerando il parco dei critici coinvolti, non deve essere stato semplice comporre un quadro che, alla fine, avesse una sua coerenza d’insieme…

R.L.: Ho la fortuna di conoscere il cinema di Cary Grant per averlo frequentato sin dalla più tenera età. Il mio conforto è arrivato dallo scoprire che i molti collaboratori coinvolti condividevano questa passione, quest’attenzione per il cinema dell’attore inglese traghettato negli Stati Uniti. Degli oltre settanta film di Cary Grant ci siamo occupati con coerenza, e nonostante l’impegno e la mole del lavoro, non è stato poi difficile lavorare a questo progetto che ritengo essere uno dei più belli e sentiti della mia attività di critico cinematografico. Difficile (si fa per dire) è stato piuttosto chiudere, limare, togliere. Io ho scritto molte parti del libro, assicurando che i testi dei collaboratori conservassero una visione e toni di scrittura omogenei. Alla fine mi sembra sia un libro che fa venir voglia di conoscere e rivedere i film di Grant. Era il mio proposito. L’omaggio all’attore che più di ogni altro regista o interprete mi ha avvicinato al cinema facendomelo amare. Credo che i film di Cary Grant possano essere anche terapeutici, in grado di curare e allietare la psiche. E forse questo libro può essere un buon punto di partenza per chi volesse riscoprire film preziosi che conservano la loro modernità ancora oggi e riflettono la grandezza del miglior cinema classico americano.