“Tutta la storia di Bohemian Rhapsody” di Paolo Borgognone (Caissa Italia, 2025, 144 pg.) scava a fondo nel cuore della canzone più celebre e sorprendente dei Queen, un successo senza precedenti in grado di rinnovarsi di generazione in generazione, senza dimenticare di tracciare un ritratto appassionato del suo autore, dell’album in cui è stata pubblicata per la prima e volta e del cammino di una band unica per talento e capacità di sorprendere. Ne abbiamo parlato con l’autore.
Il capolavoro di Freddie Mercury ha avuto più vite, da quella originale del 1975 alla rinascita che coincide con la morte del suo autore e con l’inserimento in “Fusi di testa” fino al rilascio del biopic della band che prende in prestito dalla canzone anche il titolo… Possiamo parlare delle molte vite del pezzo?
Paolo Borgognone: La longevità e la capacità di interessare e conquistare sempre nuovo pubblico, anche a distanza di decenni dalla pubblicazione, sono sicuramente aspetti fondanti del successo di “Bohemian Rhapsody”. Si tratta, val la pena di ricordarlo, dell’unica canzone capace di essere due volte in testa alla classifica inglese – a distanza di sedici anni, nel ’75 e nel ’91 – nella stessa identica versione. Il successo del biopic su Freddie l’ha riportata ancora una volta alla ribalta e ha contribuito a farla conoscere a un pubblico più giovane. Non è un caso che i numeri in settori come lo streaming e le visualizzazioni su YouTube siano clamorosi. Si tratta del brano più seguito oggi tra tutti quelli usciti nel decennio degli anni ’70. Quando la musica aveva molto da dire. Si parla di miliardi di contatti, per non parlare delle innumerevoli cover realizzate dagli artisti più disparati.
Si tratta di una canzone di primati, a partire anche da un videoclip che, di fatto, inaugura un nuovo modo di commercializzare un prodotto musicale…
P.B.: Mercury diceva che quello realizzato per “Bohemian Rhapsody” non è stato il primo videoclip della storia, ma – invece – è stato il primo a incidere sulle vendite del disco. Prima, già con i Beatles negli anni ’60, i filmati avevano solo uno scopo promozionale. Quando una band o un artista non potevano promuovere la canzone apparendo direttamente in televisione, si mandava in onda un breve film, invece. Nel caso di questo brano, anche se il filmato è stato realizzato in fretta e furia e con pochissimi mezzi economici e tecnici, l’impatto è stato considerevole. Un poco per la creatività, un poco anche perché la straordinarietà della canzone attirava il pubblico, curioso di vedere questi quattro giovani impegnati a creare quel “melting pot” musicale che conosciamo bene.
Esempio estremo di stream of consciousness, “Bohemian Rhapsody” trova spazio nell’album capolavoro “A Night at the Opera”, di suo un disco da ascoltare tutto d’un fiato con un pezzo che sfuma nell’altro, coerentissimo nel suo mettere insieme tutte le anime di una band che già coi primi tre album aveva stupito. Confluiscono nel disco opera e l’operetta, il vaudeville, il music-hall, il musical di Broadway, l’hard-rock e lo spirito glam…
P.B.: C’è un acceso dibattito tra gli esperti che tentano di categorizzare i brani dell’Lp – a cominciare proprio da “Bohemian Rhapsody” – per decidere se siano hard rock o prog o altro. In realtà l’ecletticità delle differenti tracce rappresenta proprio uno dei valori principali di “A Night at the Opera”. Questa straordinaria varietà si deve, a mio avviso, alla particolare capacità di ognuno dei membri della band di contribuire con la propria visione musicale. Qualcosa che avvicina molto i Queen ai maestri assoluti del genere, i Beatles. Anche in quel caso c’erano dei componenti più “in vista” ma anche gli altri erano in grado di contribuire in maniera non banale alla realizzazione di una musica che è, infatti, universale e longeva.
Anche da un punto di vista testuale, “Bohemian Rhapsody” è una sfida che interroga gli ascoltatori e gli esegeti. Qual è il tuo punto di vista?
P.B.: Una delle cose che mi ha divertito di più nello scrivere il libro è stato proprio andare a leggere le mille e mille interpretazioni del testo date da fan qualunque ma anche da insigni studiosi. Ognuno ha la propria versione del senso del brano. La più diffusa parla di una sorta di “coming out” di Freddie che proprio nel periodo in cui la canzone prese forma era alle prese con il riconoscimento della propria bisessualità, con tutti i problemi, personali, sociali, familiari che questo poteva portare. Alcune delle teorie che ho letto sono bislacche, altre fondate su idee maggiormente solide. Bisogna ricordare sempre che la canzone ha avuto una gestazione molto lunga, diversi anni. Quindi al suo interno possono essere finite idee e situazioni diverse.
Personalmente, mi affido alle parole dello stesso Mercury che, a una domanda in proposito, rispose; “Quello che ci leggi c’è, tesoro”.
Come hai lavorato con Caissa Italia al progetto di questa monografia?
P.B.: Sono stato molto fortunato in quanto l’editore di Caissa Italia – che ringrazio sentitamente – mi ha lasciato campo libero di realizzare il volume secondo le mie intenzioni, dandomi tutto il sostegno necessario. L’idea di dedicare un volume a questa canzone – spaziando però anche sull’album e cercando di situarla nello svolgimento della carriera dei Queen – non è piaciuta a qualcuno, ma secondo me è invece un’opportunità per conoscere meglio la band e capirne il successo così articolato e longevo.