Anche il Presidente della Repubblica ha smesso di sognare e pure noi. Sorrentino con “La Grazia”, il suo ultimo film presentato alla 82ma edizione del Festival di Venezia, torna a confrontarsi con il Potere, leit-motiv di sue note pellicole, come “Il Divo” e “La grande bellezza”. Questa volta il confronto è con la massima carica istituzionale, il Presidente della Repubblica Italiana. Nella pellicola è un giurista e della DC: si chiama Mariano De Santis, ma ha una somiglianza visiva impressionante con Francesco Cossiga.
Ispirato ad una storia vera, che ha coinvolto Sergio Mattarella sul tema della Grazia, il film è uno sguardo pacato, anche troppo, sulla sfera pubblica e privata del Presidente della Repubblica. Ne esce soprattutto il ritratto di un personaggio buffo e, come lui stesso si autodefinisce, di un “vedovo, solo, vecchio, inutile, stanco e non sognatore”. Un “uomo di diritto, grigio e noioso”. Geloso e paranoico che vive di ricordi e di rancori per un “immaginato” tradimento da parte della moglie Aurora. Interpretato in maniera eccellente da Toni Servillo, Coppa Volpi per la Migliore Interpretazione Maschile.
Anche in questa pellicola ci sono, come già in altre, scelte narrative e stilistiche molto originali: la colonna sonora è ipnotica e martellante per rappresentare la psiche turbolenta del Presidente con una crisi morale in atto. Il Papa è nero, ha un orecchino e gira in moto. La figlia Dorotea ha i tatuaggi. Il Presidente reppa un testo sulla periferia pasoliniana su un’elegante terrazza romana e mangia una pizza in piena solitudine. Ma su tutte la splendida similitudine del cavallo in agonia per mostrare la difficoltà dell’uomo di fronte alla scelta di alleviare il dolore con la legge sull’eutanasia.
A tratti diverte, ma a tratti annoia perché troppo lungo, lento e pacato. Di certo non un brutto film, ma nemmeno un capolavoro che fa sognare.
Alessandra Alfonsi