L’angolo di Michele Anselmi
Gli storici del cinema probabilmente storceranno un po’ il naso. Pazienza. A me viene invece da pensare che solo un regista americano, sia pure colto e cinefilo come il 65enne texano Richard Linklater, poteva rendere un film sulla “Nouvelle Vague” così divertente, affettuoso e istruttivo. Oddio, più che sul movimento cinematografico nel suo insieme, sviluppatosi in aspra polemica con «le cinéma de papà», il film rievoca la nascita di “Fino all’ultimo respiro”, il prodigioso esordio alla regia di Jean-Luc Godard, allora ventinovenne (era il 1959).
In concorso a Cannes 2025, “Nouvelle Vague” esce nelle sale giovedì 5 marzo, targato Lucky Red e Bim, e spero che trovi un pubblico disposto a farsi “catturare” dai modi impiegati da Linklater, aiutato dalle sceneggiatrici francesi Michèle Halberstadt e Laetitia Masson, nel rievocare quella stagione artistica – tra folle e ribelle, presuntuosa e geniale – che avrebbe cambiato l’estetica del cinema mondiale.
«Il miglior modo per criticare un film è realizzarne uno» teorizza Godard nell’incipit. L’umorale e squattrinato critico dei “Cahiers di cinéma” s’è stancato di scrivere saggi e recensioni. Insieme agli amici François Truffaut, Claude Chabrol e Suzanne Schiffman, frequenta le feste sulle terrazze parigine e chiacchiera amabilmente con Juliette Gréco, ma gli manca la regia, mentre molti dei suoi colleghi di redazione hanno già fatto il gran salto dalla macchina per scrivere alla cinepresa (“I 400 colpi” di Truffaut è proprio del 1959).
Come recuperare il tempo perduto? Usando un soggetto vagamente poliziesco, tratto da una storiaccia di cronaca nera, scritto proprio da Truffaut e trovando nel regista Georges de Beauregard, peraltro francamente detestato in pubblico, un produttore disposto a investire un po’ di soldi su quell’insopportabile esordiente.
Infatti Godard è indocile, polemico, divagante, certo un vulcano di idee. Occhiali da sole perennemente inforcati, custodisce il culto di Humphrey Bogart e Nicholas Ray, vuole soffermarsi sull’irrilevante, sperimentare nuove forme tecniche di ripresa, giocare coi tempi morti e i vuoti narrativi, non solo per risparmiare sul budget. Così recupera il boxeur Jean-Paul Belmondo, già usato in un cortometraggio, e riesce ad abbindolare la star americana Jean Seberg, appena trentunenne, delusa dall’esperienza con Otto Preminger per “Buongiorno tristezza” e decisa a trasferirsi a Parigi. Lui sarà il gaglioffo e vitale balordo Michel Poiccard, reduce dall’aver ucciso un poliziotto a Marsiglia, lei la studentessa yankee Patricia Franchini, dai capelli biondi alla maschietta e dalle magliette a righe, conosciuta e amata tempo prima.
Bianco e nero smaltato, formato 1,37:1 per restituire una certa aria del tempo, citazioni e strizzatine d’occhio à go-go, “Nouvelle Vague” ricostruisce l’avventurosa nascita di quel film: poverello e sgrammaticato ma a suo modo destinato a forgiare un nuovo stile poi copiato da molti. Cercando una sorta d’improvvisazione jazz, Godard tritura la sceneggiatura, adotta trovate che fanno inorridire il produttore, piazza la cinepresa dentro un carretto spostato a mano, fa perdere la pazienza alla sua protagonista decisa a mollare tutto. «Voglio che anche la pellicola sia allo stremo» teorizza; e intanto vediamo Robert Bresson che gira “Diario di un ladro” in metropolitana, Jacques Rivette ed Eric Rohmer al lavoro in redazione, e poi Roberto Rossellini, Jean-Pierre Melville, Jean Concteau…
Anticipo una possibile contestazione: ha senso fare un film narrativamente lineare, pure realizzato con grande dispiego di mezzi ed effetti speciali, su un movimento cinematografico agli antipodi? Dipende. Io non ho mai guardato l’orologio durante i 105 minuti, ed è già molto. D’altro canto, ogni dettaglio – dalle acconciature agli abiti, dalle inquadrature alle scenate sul set – è stato meticolosamente curato, a restituire un certo clima febbricitante e creativo, anche quel mondo parigino fatto di spiriti purissimi e tabagisti, senza invidie reciproche (sarà stato davvero così?).
Pensate: solo per rifare la sequenza nella quale Seberg vende le copie del “New York Herald Tribune” sull’avenue des Champs-Élysées sono stati necessari oltre 300 interventi digitali, a causa dei cambiamenti topografici rispetto al 1959.
Gli interpreti molto somigliano agli originali, ma con una leggerezza che allontana, mi pare, l’effetto-imitazione. Solo l’americana Zoey Dutch, ovvero Seberg, è abbastanza nota, mentre tutti gli altri appaiono come nuovissimi: Guillaume Marbeck (Godard), Aubry Dullin (Belmondo), Adrien Rouyard (Truffaut), Antoine Besson (Chabrol) Jodie Ruth-Forest (Schiffman)… Inutile dire che se lo trovate in versione originale con i sottotitoli, be’ è tutta un’altra cosa.
Michele Anselmi