L’angolo di Michele Anselmi

Al netto delle vivaci polemiche di questi giorni, nella speranza che nessuno tra i suoi estimatori accusi più il cantautore di diserzione politica solo perché non gli piace fare proclami dal palco, giovedì 4 giugno arriva su Rai3 in prima serata (ore 21.20) il documentario “Francesco De Gregori. Nevergreen”, scritto e diretto da Stefano Pistolini, una firma nel mondo della musica. Già in anteprima alla Mostra di Venezia 2025 e poi nelle sale per pochi giorni lo scorso settembre, il film è prodotto dalla Our Films di Lorenzo Mieli & Mario Gianani; naturalmente mi auguro che trovi un suo pubblico sulla terza rete della Rai e poi magari su RaiPlay.
Il titolo è stato spiegato più volte dal cantante oggi 75enne. “Nevergreen” all’opposto di “evergreen”, nel senso delle canzoni meno note e fortunate, spesso dimenticate o sottovalutate, si potrebbe dire “perfette sconosciute”, ma pur sempre care al loro autore.
Ricorderete, forse. Tra il 23 ottobre e il 27 novembre del 2024 De Gregori e la sua rodata band si esibirono in una ventina di concerti, al teatro Out Off di Milano, ogni sera di fronte a sole 200 persone, in un rapporto stretto, ravvicinato col pubblico (l’esperimento sarà ripreso a fine novembre nello stesso teatro, e prima, a ottobre, nella più capiente Sala Umberto romana). Il film ripropone alcune di quelle esibizioni, s’intende alternandole a interviste, prove, chiacchiere e digressioni, proponendosi non come una biografia musicale, non uso apposta la parola “biopic” detestata dall’interessato, bensì come la fotografia di un musicista al lavoro con la sua band.
«I telefonini? Fate quello che vi pare, non me ne frega niente. Non state lì a nasconderli» rassicura De Gregori appena arriva sul palco, prendendo subito le distanze da quanto preteso invece da Bob Dylan durante una recente tournée. Suoni acustici ed elettrici, un po’ da festival folk di Newport, si mischiano nello srotolarsi dei novanta minuti. Durante i quali vediamo il cantautore romano, insolitamente rilassato e spiritoso, spesso all’armonica a bocca, duettare con amici chiamati per rallegrare le serate: Malika Ayane, Elisa, Jovanotti, Ligabue, Zucchero…
Echeggiano brani come “Il vestito del violinista”, “Il cuoco di Salò”, la versione in italiano delle dylaniane “Desolation Row”, “Sweetheart Like You” e “I Shall Be Released”, la stupenda “Diamante” con Zucchero, la quasi inedita “Mannaggia alla musica” che fu scritta per Ron…
Chi ama le canzoni, la voce e il sound di De Gregori non resterà deluso. Chi è invece rimasto deluso dalle sue parole, espresse peraltro in modo chiaro, senza la pretesa di dare lezioni ai colleghi politicamente engagé, faccia pace con lui, riponga l’esecrazione e apprezzi magari l’onestà con la quale, parlando dell’ispirazione che non sente più ribollire dentro di sé da una decina d’anni, il cantante continua a divertirsi a suonare per pubblici raccolti, per spettatori seduti a un passo da lui (però i prezzi, diciamolo, sono davvero troppo alti, anche a considerare la dimensione teatrale dei due eventi).

Michele Anselmi