E se davvero l’umanità potesse evolversi soltanto a colpi di sanguinose conquiste? E se il progresso avesse sempre bisogno di vittime da immolare? Henry Lloyd ne è convinto. Tra mille contraddizioni ha intrapreso un cammino né etico né giusto che giustifica violenze inenarrabili affinché la storia non ristagni. Sui soprusi da lui stesso perpetrati Henry Lloyd fonda, nel bene e nel male, un impero economico e forse addirittura l’ordine sociale dell’avvenire.
Così Guillermo Arriaga, scrittore/sceneggiatore messicano noto tra l’altro per il suo sodalizio artistico
con il regista Alejandro González Iñárritu, racconta a modo suo l’affermarsi del capitalismo nel diciannovesimo secolo, in concomitanza con quell’ecatombe che fu la Guerra Civile tra il Nord e il Sud degli Stati Uniti. Lo fa con la voglia di capire come funziona la mente di un uomo privo di scrupoli inventandosi la figura mitologica di Henry Lloyd, protagonista assoluto del libro “El Hombre” uscito nel febbraio 2026. Quest’eroe d’altri tempi sfrutta a suo vantaggio tre sfide che stanno alla base della fondazione degli USA: la schiavitù, lo sterminio delle popolazioni native e l’annessione di oltre metà del territorio messicano. Tre peccati capitali che Henry Lloyd trasforma in tre opportunità.
Spietato ma non cinico, affabile o disumano a seconda delle circostanze, Lloyd sembra avvalorare l’idea che una persona sola dal carattere indomito, purché dotata di una volontà ferrea, possa gettare le basi per un dominio smisurato. Non ci si libera facilmente dell’incantesimo del suo charme seduttivo. Massacro dopo massacro, lo si vede impegnato sia nella devastazione che nell’opera di ricostruzione attraverso un piano ben strutturato fatto di obiettivi concreti e raggiungibili, e attraverso un’oculata gestione degli orari di lavoro delle sue squadre.
Grazie alla sua magnanimità Lloyd può contare sulla lealtà dei suoi uomini. Al contrario degli schiavisti lui considera gli afroamericani lavoratori come tutti gli altri senza alcun pregiudizio, non si sa se per rispetto nei loro confronti o se perché un lavoratore ben nutrito alla fine rende di più. Lloyd ha ben compreso che se si trattano bene i propri dipendenti, e li si gratifica con stipendi adeguati, essi faranno in modo che l’impresa prosperi mentre viceversa le pratiche discriminatorie adottate dai sudisti ostacolano l’espansione del capitale. La ricchezza va distribuita non solo per un precetto morale ma anche per interesse. Le piantagioni di Henry Lloyd prosperano in virtù di questi accorgimenti e lo trasformano in un essere leggendario. Partito da umili origini egli ha saputo reinventare sé stesso e mostrare agli ex schiavi un possibile cammino verso la libertà.
Sì, perché la mossa vincente di Lloyd consiste proprio nell’aver avuto coraggio di liberare i suoi schiavi guadagnandosi la loro lealtà. Essi diventano per forza di cose i suoi migliori alleati. Come non restare ammaliati dalla sua personalità? Le parti più struggenti del libro sono le invocazioni in forma di monologo interiore dell’ex moglie ingannata a cui Lloyd, con astute dissimulazioni, ha tolto tutto ma lei proprio non ci riesce a dimenticarlo. Per quanto sedotta e abbandonata, lo perdona. Per via del suo retaggio sudista lei considera l’abolizione della schiavitù come lo scoperchiamento del vaso di Pandora, lo scatenamento di forze indomabili. Lui invece, da vero visionario, cavalca l’onda dell’abolizionismo e suggella un patto di sangue con gli uomini liberati. Li doma ma li rispetta. È questa intuizione del futuro a permettergli di guadagnarsi i cuori e le anime dei neri, e di vincere. Uno degli schiavi liberati dice di lui che quello che stupisce di più è la sua fiducia nella popolazione nera tanto che quando si avventura alla conquista delle vaste pianure texane non vuole nel suo esercito nemmeno un solo soldato di pelle bianca.
Gli apache odiano i messicani, i messicani odiano i texani, i texani odiano gli apache. Mentre le tre fazioni coinvolte nel conflitto non fanno altro che sbudellarsi a vicenda, ad approfittarne è la classe emergente dei magnati statunitensi, affamati di territori e di uno sbocco sull’oceano Pacifico. Henry Lloyd si schiera con i vittoriosi coloni americani, ribellatisi al governo messicano per dichiarare l’indipendenza del Texas. Certo, l’imperialismo americano ha saccheggiato senza sosta le risorse naturali dei paesi a sud della frontiera, ma perché – si domanda Guillermo Arriaga – i governi di quei paesi sono rimasti inerti nel contrastare la sistematica depredazione statunitense? Che cosa ha reso quello sviluppo inarrestabile? Sono stati i figli di puttana come Lloyd a dare la svolta necessaria per l’espansione?
“El Hombre” è una polifonia che racchiude alcune domande di difficile risposta. L’autore si affida a più voci e a molteplici punti di vista per chiedersi quale sia stato il contributo di singoli uomini dalla volontà titanica, come l’Henry Lloyd da lui inventato, alla riprogettazione americana del capitalismo. C’è forse bisogno di personaggi così: machiavellici, manipolatori, dotati di un innato senso del potere, eppure allo stesso tempo riflessivi, audaci e carismatici? L’affresco eroico tratteggiato da Guillermo Arriaga non può risolvere l’incognita ma la sua epopea rasenta il capolavoro, e forse lo è, per come è riuscita ad avvicinarsi all’essenza di ciò che è sempre stata la brama di potere.
Marco Zoppas