L’angolo di Michele Anselmi 

“Vai Marta, vai!” suggerisce Lorenzo, l’omosessuale del paesello rurale calabrese, per tutti “il finocchio”, alla giovane madre vedova, dai capelli rossi, che sente su di sé una sorta di lettera scarlatta. Perché non vuole sposare un anziano contadino che non la dice tutta, perché frequenta la sezione del Pci dove le insegnano a usare la macchina per scrivere, perché vuole votare al referendum Monarchia/Repubblica del 1946, perché è curiosa e indocile, quindi da tenere al guinzaglio.
Giovedì 9 maggio esce nelle sale, con Adler, “Il mio posto è qui”, tratto dall’omonimo romanzo di Daniela Porto pubblicato da Sperling & Kupfer e diretto dalla stessa scrittrice insieme al marito Cristiano Bortone. Tutto in famiglia, insomma. Presentato in anteprima al barese Bif&est, il film ha ricevuto due premi, per la migliore regia e per la migliore attrice protagonista, la ventisettenne Ludovica Martino, che fu rivelata da “Skam Italia” e s’è fatta apprezzare in “Vita da Carlo 2”.
Naturalmente “Il mio posto è qui” è stato associato a “C’è ancora domani”, per la contiguità temporale e per un certo clima di ribellione individuale contro la società patriarcale che cresce strada facendo. Magari, invece, è solo una coincidenza.
Il prologo, ambientato nel 1940, mostra due giovani innamorati, Marta e Michele, che amoreggiano teneramente nel bosco. Il giorno dopo lui deve partire per la guerra voluta da Mussolini (non tornerà mai dal fronte), mentre lei, nove mesi dopo, partorirà l’amatissimo Michelangelo. Ma con gli anni, e arriviamo al 1946, la situazione di Marta s’è fatta delicata a Fontenuova, anche perché i genitori, umili e tradizionalisti, vedono per la figlia un’unica soluzione: farla sposare con un uomo maturo, rimasto vedovo e padre di due bambini. Lei non lo ama, recalcitra, sente che c’è qualcosa di nuovo nell’aria, aspira ad essere indipendente, a lavorare: prima o poi s’arriverà alla resa dei conti.
Sulla scorta del romanzo, il film racconta la lenta ma progressiva presa di coscienza della donna poco più che ventenne, e certo un decisivo aiuto arriva dall’amicizia con Lorenzo, l’assistente del parroco, noto come “l’uomo dei matrimoni” per i suoi gusti raffinati messi al servizio delle giovani spose. Solo che Lorenzo è omosessuale dichiarato, per questo irriso e addirittura compatito, anche se in paese c’è chi lo frequenta intimamente pur fingendosi etero.
Una rivelazione Ludovica Martino. Sembra, a volte, l’Isabella Ragonese degli inizi, nei tratti del volto, nella dolcezza fiera che emana; e mi pare brava anche nel maneggiare vocalmente il dialetto calabrese giustamente adottato dagli autori. Lorenzo invece è incarnato da Marco Leonardi, che fa del suo personaggio un uomo in bilico tra orgoglio e rassegnazione, assiduo frequentatore di certe segretissime feste per soli uomini, consapevole dell’ipocrisia rinunciataria che permea anche la propria vita.
Spero che “Il mio posto è qui”, ma forse il titolo va letto per antifrasi, possa trovare un suo pubblico quando uscirà nelle sale, appunto giovedì 9. Non sarà facile con l’aria che tira, magari avrebbe giovato l’approdo su una piattaforma in streaming, sempre che ci fosse un minimo di interesse per una storia così.

Michele Anselmi