Dopo Putain de film! (Dynit, 2009), con il quale ha guidato il lettore nel cinema francese degli anni Ottanta, Stefano Cocchi torna in libreria con “Fiat Voluntas Dei. Preti e prelati in un secolo di cinema italiano” (Shatter edizioni, 2026), un volume che offre una visione originale a una figura controversa, ma frequentissima nelle pellicole nostrane. Completano il volume, le illustrazioni del pittore Piero Paglioriti che aprono e chiudono ogni capitolo con un sipario differente. La prefazione è a cura di un antropologo cattolico di grande esperienza come Monsignor Fiorenzo Facchini. Abbiamo incontrato Stefano per approfondire la sua analisi.
Definisci il linguaggio cinematografico applicato alla figura dell’uomo di Chiesa come un preciso termometro del nostro tempo. In che modo la transizione dalla figura rassicurante del curato di campagna o di icone come il Don Camillo di Guareschi, fino ai personaggi più complessi o marcatamente laici del nuovo millennio, riflette le mutazioni antropologiche e la progressiva secolarizzazione della società italiana?
Stefano Cocchi: La figura sacerdotale nel cinema italiano cambia con il mutare della storia, ne segue specularmente e nei dettagli le vicende. Lo ha sempre fatto e lo farà ancora. Succede perché ci segue per natura, sottobraccio nelle fasi della vita e da livella per una civiltà disorganica in perenne movimento. Il prete è entrato nelle case molto presto, come confidente e custode dello spirito, come un membro saggio della famiglia capace di orientare scelte economiche o coniugali in momenti storici dominati da guerre o da un progresso ancora sconosciuto e incomprensibile. Questo ruolo di empatico “medico dell’anima” costruito dal Neorealismo in poi crolla alla fine degli anni Sessanta, dopo una presa di coscienza politica (le rivolte giovanili intolleranti verso le sovrastrutture ultraterrene e l’influenza dogmatica del Concilio Vaticano Secondo) e uno stravolgimento di valori e morali (tra cui aborto e divorzio legalizzati). Non è più considerato infallibile nell’azione e nei ragionamenti e la coscienza collettiva lo giudica un bersaglio da colpire, un fardello del passato da sbeffeggiare e denigrare insieme alla religione in generale, simbolo di oscurantismo e propaganda. Il riflusso che apre gli anni Ottanta lo vede ferito ma non morente, disorientato come i suoi fedeli in una ricerca del sé spesso sterile e infruttuosa. Nel nuovo millennio si abitua ad una posizione più defilata, da decano che soffre la “concorrenza” di altre religioni che arrivano sul territorio ma comunque coerente con l’evolversi della nostra cultura e, di conseguenza, del linguaggio cinematografico.
Il saggio è diviso nettamente in cinque precise stagioni storiche. Si passa dal “Candore e patriottismo” degli esordi alla “Meschinità e servilismo” del Boom, fino all’attacco frontale degli anni Settanta e alla successiva “Riabilitazione”. C’è un filo conduttore antropologico che unisce queste fasi così diverse, o ogni epoca ha ridefinito il “prete cinematografico” ripartendo da zero?
S.C.: Il filo conduttore di queste stagioni siamo noi, i nostri stili di vita e la quantità di spiritualità di cui abbiamo bisogno a seconda delle epoche. Non è possibile ripartire da zero e non vi è nemmeno un filo preciso che li unisce in questa ideale timeline, se non la messa in atto o meno della vocazione. L’esercizio di potere ecclesiastico e il suo riconoscimento da parte dello spettatore fanno la differenza. La percezione di ciò da parte di registi e sceneggiatori conta più del fatto tangibile e i risultati si sono visti ovunque, dal più nobile al più sgangherato dei prodotti. L’influsso delle scienze sociali, soprattutto le amnesie della modernità teorizzate da Paul Connerton nel 2009, ci aiutano nel tracciarne i dettagli ma serve comunque quella imprevedibilità naturale, direi cromosomica, che rende speciale ogni cinematografia.
Accanto a edificanti testimonianze di virtù ecclesiastiche c’è una varietà di peccati, “omissis vocazionali” e persino figure demoniache o sregolate (specialmente nel cinema di genere degli anni Settanta). Quali sono stati i momenti storici o le correnti cinematografiche in cui la censura — o, al contrario, la totale libertà espressiva — ha inciso maggiormente sulla polarizzazione di questi ritratti?
S.C.: Non credo ci sia una corrente più determinante di altre ma certamente la conquista di una libertà espressiva sempre più totale ci ha consegnato opere interlocutorie e inclassificabili che hanno intensificato l’impatto emotivo nelle sale e la permanenza nella memoria. L’allargamento delle maglie censorie e il successo del cinema di genere sono stati indubbiamente favorevoli ad estremizzare e deviare il concetto di sacerdozio ma anche in lavori giudicati qualitativamente e formalmente superiori troviamo devianze e ritratti che escono dalla tradizione con veemenza scenica non comune. Solitamente, ogni trasgressione funziona nel suo tempo ma quella del prete sembra avere sempre un peso superiore, uno sguardo diverso rispetto a un personaggio normale. Anche all’ateo appare sempre straniante vederlo umano e spogliato dallo spirito divino di cui è riconosciuto rappresentante terreno.
Nella panoramica storica emergono picchi di forte rottura, come i monsignori transgender o i parroci infanticidi negli anni Settanta, seguiti da una “riabilitazione” negli anni Ottanta-Novanta, fino a un sacerdozio descritto come “fragile” a fine secolo. Come si è evoluto il rapporto tra il cinema d’autore e il cinema di genere (commedia, horror, poliziesco) nel dare spazio a queste rappresentazioni così estreme e diversificate?
S.C.: A mio parere, ai giorni nostri è obsoleto parlare di cinema di genere o di autore. Le ritengo categorie superate da tempo, già perfettibili alla nascita e che non hanno fatto bene a nessuno. Nel libro ho trattato ogni film citato con la medesima dignità pensando sempre che siano le emozioni a prevalere sui limiti di budget e sull’ostracismo della critica. Nello specifico è proprio il ministro di Dio, con tutta la complessità possibile, a intrecciare inconsapevolmente durante i decenni le tecniche narrative e formali di registi coraggiosi e indipendenti a quelli dei mostri sacri universalmente riconosciuti.
Con il nuovo millennio le apparizioni sacerdotali sul grande schermo si diradano, in parallelo con il calo della presenza alle messe domenicali. Si può dire che il cinema contemporaneo stia faticando a trovare nuove chiavi di lettura per raccontare il sacro, o è la figura stessa del sacerdote ad aver perso quella centralità di “mediatore sociale” che l’ha resa così cinematografica nel Novecento.
S.C.: Sarei portato a pensare a una concatenazione di questi due fattori. Da un lato la caduta simbolica nella comunità del semplice prelato (umile e distante dalla solennità delle alte gerarchie del clero) che si mette in una posizione difficile da notare e, quindi, da rappresentare. Dall’altro la sua resistenza nel rimanere nel contesto, scaldato solo da una fiamma caritatevole in via di spegnimento che ne ha fatto un eroe piccolo per grandi imprese. Un lungometraggio di quasi vent’anni fa, “I passi leggeri” di Vittorio Rifranti, è esemplare per restituire il senso e il vigore dei preti “di una volta” ma in una dimensione più intima e raccolta, da eroe che salva il mondo di nascosto tutti i giorni.
L’ultimo capitolo (2000-2022) parla di “Significanti senza evidenza” e di una “meta-presenza”. Cosa intende esattamente con questa espressione? Dobbiamo interpretarla come la definitiva scomparsa del sacerdote reale dal tessuto narrativo del nostro cinema?
S.C.: L’espressione serve a descrivere la posizione del prete nella società odierna. Si trova ancora tra noi, dove opera concretamente non più da protagonista predestinato ma come metafora di un passato intramontabile, con la vista annebbiata dal presente e un pugno di incertezze per il futuro. Nell’ultimo quinquennio post Covid lo troviamo presente in Chiesa e aperto al mondo come sempre ma di fatto invisibile, spogliato da una autorità precostituita e costretto a cercarsi nuovi ambiti per esistere ed esercitare. I nostri registi ne evidenziano le difficoltà, ne sfruttano il carattere in maniera macchiettistica o ne elogiano didascalicamente lo spirito conervatore e le immancabili opere di bene. Credo che il tessuto narrativo del cinema non sia ancora pronto per farne completamente a meno, almeno fino a che il sacerdote potrà rimanere come punto fisso nel nostro immaginario globale.