La Mostra di Michele Anselmi | 17
Magari si poteva adottare un titolo un po’ meno prevedibile, ma “Enzo Jannacci Vengo anch’io” è un bel ritratto del cantante e musicista milanese, scomparso nel 2013 a 78 anni. Lo firma Giorgio Verdelli. Passa oggi, venerdì 8 settembre, in Sala Grande, tra i fuori concorso “non fiction”, e poi uscirà per tre giorni nelle sale (11,12 e 13 settembre) distribuito da Medusa in circa 170 copie. Verdelli è uno specialista del ramo, adotta in genere la giusta distanza critica senza trasformarsi in fan sfegatato dell’artista di cui si occupa, ma poi l’affetto si sente, anche una sorta di afflato.
Nell’accostarsi al mondo poetico del cantautore, il film, lungo 97 minuti, intreccia materiali d’archivio e testimonianze raccolte per l’occasione, atmosfere meneghine e sapori universali. Jannacci è stato un ottimo pianista jazz, anche un discreto chitarrista, e forse per anni non ce ne siamo accorti, ritenendo che la forza comunicativa di certe sue canzoni “a tormentone” facesse aggio su tutto il resto. Invece no. “L’artista era inscindibile dall’uomo” scrive Verdelli, e certo un lampo di follia genuina brillava dietro quegli occhiali spessi, quella loquela biascicata a tratti inafferrabile, quel muoversi quasi da marionetta disossata.
Jannacci è stato anche cardiochirurgo e attore in film come “L’udienza” di Marco Ferreri, ma è nella canzone dialettale mischiata al cabaret surreale che ha dato il meglio di sé per circa cinquant’anni.
Il documentario, grazie alla collaborazione con il figlio Paolo, custodisce qualche pregevole sorpresa, anche per chi, come il sottoscritto, è cresciuto con canzoni come “Veronica”, “Sei minuti all’alba”, “L’Armando”, “El portava i scarp del tennis” o “Il primo amore non si scorda mai”. Quali sorprese? Ad esempio un brano inedito dei primi anni Sessanta intitolato “Non posso sporcarmi il vestito”; o la vicenda legata alla nascita di “Via del Campo”, che Fabrizio De André cucì addosso al motivo musicale di “La mia morosa la va alla fonte” trovato da Jannacci; o ancora il simpatico duetto con Milva sulle note di “Per un basin”.
Mi pare che Roberto Vecchioni esageri un po’ quando, a bordo di un tram vuoto che gira per Milano a ricordare le radici popolari di quelle canzoni, definisce Jannacci “il più grande genio musicale della canzone italiana”. Ma certo un distillato purissimo di musica e parole (Jannacci seppe dare un senso alla rima ardita tra “rughe” e “acciughe”) rende molte di quelle canzoni, a partire s’intende dalla fortunata “Vengo anch’io, non tu no”, dei pezzi unici capaci di raccontare il mondo degli umili, dei vinti, anche una condizione umana più generale.
“È avanti ancora oggi con le cose che ha fatto ieri” sentenzia Nino Frassica, uno dei venti e più intervistati, tra i quali Vasco Rossi, Diego Abatantuono, Paolo Conte, Cochi Ponzoni, Paolo Rossi, Francesco Guccini, Claudio Bisio… Ne esce un ricordo non piagnone (però un cartello con la sua data di nascita e di morte l’avrei messo sui titoli di coda) di un artista insieme anarchico e goliardico, ma con un fondo d’amarezza, capace di intonare a squarciagola un inno politico come “Addio Lugano bella” o di imitare gli Everly Brothers insieme a Giorgio Gaber, suo grande amico e sodale, cantando “Una fetta di limone”.
Michele Anselmi