La Festa di Michele Anselmi | 12

“L’isola degli idealisti” è un romanzo di Giorgio Scerbanenco (1911-1969). Scritto probabilmente tra il 1942 e il 1943, durante un soggiorno a Iseo nel pieno della Seconda guerra mondiale, finì in un cassetto, dove fu ritrovato dalla moglie Teresa Bandini. La Nave di Teseo l’ha pubblicato per la prima volta nel 2018 e ora Elisabetta Sgarbi, che di quella casa editrice è vulcanica timoniera, l’ha voluto trasportare al cinema, coproducendo con Angelo Barbagallo e Rai Cinema, firmando la regia, sceneggiando con Eugenio Lio e introducendo qualche variazione di gusto e ambientazione. Il film uscirà con Fandango nei primi mesi del 2025, ma intanto, oggi pomeriggio, c’è stata l’anteprima, in concorso, alla Festa di Roma.
Il titolo suggestivo non risulta mai davvero spiegato, nel senso che tutto sembrano fuorché idealisti i ricchi, annoiati e colti borghesi come murati vivi in una sontuosa villa nel mezzo di un’isola lacustre, detta “delle Ginestre”.
Lì, una notte di gennaio, approdano due ladruncoli, anzi due “topi d’albergo”: Guido, un giocatore d’azzardo con la passione per il disegno, e Beatrice, bella e sfacciata, ma con una brutta tosse. Sono in fuga dalla polizia che li insegue o forse pensano che la villa isolata contenga qualcosa di prezioso; però il guardiano subito li becca e così anch’essi finiscono un po’ reclusi, mentre si manifesta lo strano interesse della famiglia Reffi nei loro confronti.
Questo lo spunto di una storia quasi tutta in interni, salvo qualche digressione all’aperto, che presto si traduce in una sorta di sfida psicologica. Perché i Reffi – cioè il vecchio padre Antonio, i figli Carla e Celestino, il cugino spiantato Vittorio, la governante Jole e il custode Giovanni – non li denunciano al commissario Càrrua che ha già intuito tutto? Si direbbe per divertirsi un po’ con gli intrusi. Ma chi è davvero il gatto e chi il topo nella settimana che seguirà?
Sgarbi trasporta negli anni Settanta la vicenda originariamente ambientata nei Quaranta, per aggiornare ma non troppo il corpo a corpo e giocare su una serie di contrasti estetici e cromatici. Siamo in una sorta di “tempo sospeso” anche se vistosamente caratterizzato, nel quale trovano posto, imparo dalle note di regia, opere d’arte le più diverse: di Adolfo Wildt ed Enrico Baj, di Cagnaccio di San Pietro e Apollodoro di Norcia, più ceramiche di Felice Tosalli, copertine rare di “Linus”, disegni di Giovanni Iudice, eccetera. Non bastasse, il cane da guardia si chiama Pangloss, come l’istitutore del “Candido” di Voltaire, e il patriarca, già famoso direttore d’orchestra (non nel romanzo), legge prima di addormentarsi “Il discorso sul metodo” di Cartesio.
Tutta questo sfoggio erudito per dire, cito ancora Sgarbi, che “quella dei Reffi non è la realtà, ma un teorema della realtà, il segno tangibile della separazione dal mondo”. Del resto, la magione è piena di specchi, usati con una certa insistenza: a incorniciare un’inquadratura, a moltiplicare lo spazio, a suggerire lo sdoppiamento.
Nondimeno, “L’isola degli idealisti” a me sembra un film che gira a vuoto, specie sul piano drammaturgico. I personaggi filosofeggiano, alternano lingua scritta e lingua parlata, discutono naturalmente di editoria, confessano dolori e peccati, dentro una partitura della chiacchiera che molto adotta il grandangolo e sfrutta la suggestiva bellezza della villa (saloni, scale, sotterranei, cunicoli). “Le passioni non hanno finestre” scrive ripetutamente a macchina l’aspirante scrittore, certo senza aver visto “Shining”; e tuttavia l’elemento mystery, o anche più squisitamente poliziesco, si perde nell’elegante esercizio calligrafico, complice la fotografia di Andrés Arce Maldonado. Una dozzina gli attori che animano la vicenda, tra i quali primeggiano Tommaso Ragno, Elena Radonicich, Renato De Simone, Michela Cescon, Chiara Caselli, Renato Carpentieri, Vincenzo Nemolato.
PS. Leggo ora che nel personaggio di Celestino Reffi lo scrittore avrebbe anticipato qualcosa del suo personaggio letterario più fortunato, protagonista di una tetralogia: l’ex medico radiato e poi lucido investigatore Duca Lamberti. Sarà.

Michele Anselmi