L’angolo di Michele Anselmi
Aveva ragione l’amico Meo Ponte che me l’ha segnalato. C’è da vedere su Netflix il notevole film polacco “Napad – La rapina”. Non è solo un bel poliziesco, custodisce qualcosa di più: il ritratto interessante della Polonia e metà anni Novanta, tra capitalismo post-comunista e cupi fantasmi del regime sovietico. L’ha diretto il cinquantaduenne Michał Gazda, affidando all’attore Olaf Lubaszenko (una celebrità in patria, sconosciuto da noi) il ruolo di un ex maggiore dei servizi segreti polacchi, uno che dava la caccia ai militanti di Solidarnosc prima che il Muro crollasse e ora viene messo di fronte all’opportunità di riscattarsi.
Siamo, per la precisione, nel 1995: a capo del governo c’è Józef Oleksy (vi resterà solo due anni) e la Polonia non se la passa bene sul piano sociale ed economico. Il cinquantacinquenne Tadeusz Gadacz, troppo compromesso col passato regime, s’è ritirato a vivere in campagna fuori Breslavia e lì viene rintracciato da un’ambiziosa sostituta procuratrice chiamata a risolvere un caso delicato. Durante una rapina in una banca di Varsavia tre cassiere e la guardia giurata sono state uccise, non si capisce perché. I ladri, armati con una mitraglietta militare, sono riusciti a portar via solo 100 mila złoty, il grosso era già stato messo in salvo. Perché quel massacro efferato? Che cosa c’è dietro? E perché il governo, alle prese con la privatizzazione della banca, dà solo due settimane per scoprire i colpevoli?
Gadacz è uno sbirro della vecchia guardia: arguto e “psicologo”, ma abituato a metodi d’indagine spicci, che stridono con la democrazia. Essendo la sua vita personale a pezzi (separato dalla moglie, non sente la figlia da anni), si dedica a quel caso con piglio totalizzante, deciso a riprendersi il lavoro. L’aiuta una giovane poliziotta, carina e intuitiva, anch’ella con problemi familiari. “Niente pranzi della domenica per gente come noi” ironizza lei.
L’indagine porta a sospettare di tre balordi, amici per la pelle, con un alibi di ferro, che sembra intangibile. Un po’ alla maniera di “Colombo”, il film svela quasi subito l’identità del terzetto, tra ambizioni, smanie e ossessioni, ma non sarà facile per i due poliziotti, nonostante le intercettazioni e le pressioni, trovare le prove per inchiodare i malfattori, anche perché nel frattempo…
Avrete capito che “Napad – La rapina” gioca su due campi: il poliziesco, con i suoi meccanismi classici, come spunto per ricostruire una certa Polonia, grigia, livida e immiserita, dove convivono passato e presente, cattolicesimo bigotto e nuovo cinismo politico. Nel finale il film s’incasina e diventa un po’ inverosimile, anche se alla base c’è una storia vera rielaborata dai due sceneggiatori.
Ma Olaf Lubaszenko è davvero notevole nell’incarnare questo stagionato investigatore coi baffi, gli occhiali e la pancia, tra diabolico e rassegnato, che sa riconoscere al volo i criminali, o presunti tali, avendo per tutta la vita fatto il segugio, senza scrupolo alcuno.
Michele Anselmi