Fiamme che ardono, una spada che schizza sangue, navi nemiche in arrivo dal mare. Un guerriero nuragico sta sognando la natura che lo circonda quando queste immagini irrompono nella sua mente. E quello scenario onirico si trasforma in un incubo premonitore, che lo avverte di un pericolo imminente per la sua terra. “Maimulu”, cortometraggio scritto e diretto da Andrea Vacca, rievoca il momento storico in cui i Romani invasero la Sardegna nuragica, nel 238 a.C., determinandone il suo declino. Non lo fa però raccontandoci la battaglia, ma i giorni che la precedono, visti dalla prospettiva di Maimulu (Andrea Petrillo), il guerriero protagonista. L’uomo vive in mezzo alla natura, circondato da fauna selvatica, assieme alla sua famiglia. Per lui è però arrivato il momento di prepararsi a combattere per difendere il suo territorio. Riluttante ma determinato, saluta i suoi cari e si incammina nella direzione della costa per raggiungere le navi romane. Il suo è un viaggio lungo e silenzioso attraverso un paesaggio spoglio, tra immensi canyon e valli rocciose, spesso ripresi con il drone a sottolineare la loro imponenza. Un viaggio che però non è solo fisico. Maimulu compie un percorso interiore, di preparazione ad una battaglia dalla quale potrebbe non uscire vivo, e che potrebbe rovinare per sempre anche il luogo che abita, così prezioso per lui. L’uomo, in un atto che è sia contemplativo che un addio malinconico, si prende del tempo per indugiare all’interno di quell’ambiente, e perdersi nella sua bellezza. Ripreso di spalle, come il viandante sul mare di nebbia, osserva dall’alto quelle valli infinite. Approfitta per fare un bagno in un lago, forse l’ultimo specchio d’acqua sicuro della sua vita. L’atmosfera è cupa ed inquietante, tutto sembra annunciare la morte imminente, dai cadaveri che l’uomo trova lungo il sentiero, fino ad una vegetazione che da verde si fa sempre più brulla e grigia. Il viaggio così è anche sensoriale, in una natura che sembra dotata di vita propria, conscia dell’arrivo di un pericolo e che trasmette la sua sofferenza. A livello visivo e uditivo, è forte il contrasto tra l’ambiente iniziale, verde e rigoglioso, dominato dai suoni naturali, e l’ambiente successivo, roccioso e quasi desertico, permeato da musiche dai suoni gravi ed enfatici. Il cortometraggio di Vacca è un’opera ermetica, quasi priva di dialoghi, che riesce a trasmettere solo attraverso l’immagine e gli effetti sonori tutta l’angoscia del protagonista e della sua terra. Un’opera che esalta l’armonia con la natura di una civiltà antica così importante per la storia della Sardegna. Ed in cui l’attacco romano viene visto come un elemento estraneo ed inquinante, che sconvolge per sempre l’equilibrio sia di quell’ambiente incontaminato, che degli antichi uomini che lo abitano.

Martina Genovese

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Abbiamo avuto il piacere di intervistare il regista Andrea Vacca, che ci ha raccontato della nascita di “Maimulu”, delle difficoltà incontrate sul set e del rapporto tra il protagonista e la natura della Sardegna.

Come è nata la storia di Maimulu, e l’idea di raccontarla?
Andrea Vacca: Era l’estate del 2017, avevo appena accettato di seguire il montaggio de “Il primo re” (Matteo Rovere, 2019, ndr), che sarebbe iniziato a settembre. Non avevo ancora letto la sceneggiatura, ma sapevo che avrebbe raccontato la genesi di Roma. Mi ricordo di aver pensato che la cinematografia mondiale fosse piena di film sulla Roma antica (giustamente, essendo un argomento così ricco e affasciante), ma che non ci fosse alcun film sulla civiltà nuragica. “Com’è possibile che il cinema abbia sempre ignorato una civiltà così affascinante ed evoluta, rispettata dagli antichi Greci ed Egizi e dal potenziale narrativo così potente?” Mi sono fatto questa domanda. Poco dopo ho ricevuto la chiamata di Claudio Marceddu, che poi sarebbe diventato il produttore e direttore della fotografia di “Maimulu”. La sua intenzione era di partecipare ai bandi della Regione Sardegna e voleva sapere se avessi qualche progetto pronto. È così che ho iniziato a scrivere, ed alla fine abbiamo ottenuto un finanziamento dalla Regione.

Sei sardo ed appassionato di storia antica. Cosa rappresenta per te il momento storico che racconti?
A.V.: Rappresenta il passaggio di un’era. Ogni civiltà ha una nascita, un apice e un declino. L’arrivo dei Cartaginesi prima e dei Romani poi ha segnato la fine della civiltà nuragica. Nonostante la resistenza sia rimasta imbattuta nell’entroterra (soprattutto in Barbagia, dove sono nato) da lì in poi il destino della Sardegna è cambiato radicalmente. Mi piace pensare ai nuragici con le parole dello scrittore Sergio Atzeni in “Passavamo sulla terra leggeri”: un modo di vivere più sano, seppur con le sue contraddizioni. Questo però è stato spazzato via dall’espansione dei Romani, fondatori del modello di società che seguiamo ancora oggi. Direi che in questo processo, come civiltà, abbiamo perso molto.

Anche grazie alla tua esperienza come montatore, hai una tua personale visione cinematografica. Quali sono i registi che più hanno influenzato il tuo stile?
A.V.: Come spettatore sono un cinefilo a tutto tondo, quindi, forse sono stato influenzato da tutto il cinema e da tutti registi che amo, come Chaplin, Bergman, Bresson, Tarkovskij, Fellini, Buñuel e Lynch. Nello specifico, per quanto riguarda “Maimulu”, credo che la maggiore ispirazione sia arrivata da Herzog, Kurosawa e Jodorowsky.

La natura della Sardegna ha un ruolo da protagonista all’interno del tuo cortometraggio. Come hai scelto le location e come le hai adattate alle tue necessità?
A.V.: La maggior parte delle location le conoscevo già, si tratta di posti che amo e che frequento spesso. Mentre scrivevo la sceneggiatura immaginavo già l’azione al loro interno. In fase di location scouting, però, ci si accorge che alcuni posti sono molto complicati da gestire a livello produttivo, e qualcosa va ripensata. Questo può accadere anche mentre si sta girando sul set, dove non tutto va sempre per il verso giusto. Penso che sia un continuo adattarsi e ripensare la scena, cercando di non tradire l’idea originale. Alla fine abbiamo girato nel Supramonte, nell’entroterra sardo, in particolare nelle località di Urzulei, Oliena e Baunei. Sono tutte location molto complesse e faticose, raggiungibili solo in fuoristrada oppure a piedi, specialmente in alcuni tratti. Nel canyon di Gorropu, ad esempio, siamo stati aiutati a trasportare le attrezzature anche da due asini. Li abbiamo amati così tanto che li ho voluti inserire anche nei titoli di coda tra i ringraziamenti.

Andrea Petrillo, l’attore che interpreta Maimulu, sembra un vero guerriero nuragico. Come si è svolto il processo di scelta del tuo protagonista?
A.V.: Volevo trovare un volto che non fosse banale e volevo evitare il solito cliché del sardo moro con gli occhi scuri. Andrea poi ha questa faccia con ossa molto prominenti, sembra proprio un uomo antico.

Maimulu compie un viaggio solitario. Sembra quasi debba essere il solo a combattere contro i Romani. Che cosa volevi evocare con questa scelta?
A.V.: Il suo è tanto un viaggio fisico e reale quanto un viaggio interiore e simbolico.

Il viaggio del protagonista è anche e soprattutto sensoriale. A livello visivo e uditivo, arriva allo spettatore una sensazione di cupezza ed inquietudine. Come hai lavorato per ottenere questo effetto?
A.V.: Era molto importante per me sottolineare che la natura fosse protagonista del racconto insieme a Maimulu, e che ci fosse un rapporto tra di loro. Ho pensato che questo si dovesse capire attraverso un dialogo tra i due, e che il miglior modo fosse attraverso il suono. Le bellissime musiche composte dai Mokadelic sono state determinanti per creare la cupezza e l’inquietudine di cui parli, mentre il montaggio sonoro è stato importantissimo per il discorso sensoriale. Ho lavorato molto al montaggio, sia con il montatore del suono che al mix.

Che rapporto c’è tra il protagonista e la natura in cui vive?
A.V.: Maimulu ha un rapporto molto stretto con la natura, la rispetta e la celebra. La percepisce come un essere vivente, come un’entità più evoluta di lui che comunica con un linguaggio diverso da quello degli uomini, più sottile. Proprio per questo va ascoltata con una sensibilità più alta.

Il termine “Maimulu” si riferisce ad un’antica manifestazione carnevalesca della Sardegna. Come mai hai scelto questo titolo per il tuo cortometraggio?
A.V.: Sì, Maimulu è il nome della maschera del carnevale di Gairo e Ulassai, ma il corto non ha nulla a che fare con questa. Avevo bisogno di un nome antico, preromano. Ci sono molti studi di linguisti in merito. Tra le varie ipotesi mi piaceva quella della divinità protosarda chiamata “Maimone” (da cui deriva anche Maimulu), portatrice di pioggia e invocata anche in tempi più recenti dai contadini. Ma più di tutte mi ha affascinato l’interpretazione che analizza l’etimologia della parola greca “Maimoon”, che indica colui che desidera essere posseduto dal dio.

Quali sono i tuoi progetti lavorativi per il futuro? C’è una storia che ti piacerebbe raccontare prima o poi?
A.V.: Più di una, ma al momento sto scrivendo, aiutato da altri sceneggiatori, una serie, “Sherden”. Abbiamo pensato di ambientarla nello stesso mondo di “Maimulu”, ma circa duecento anni prima, durante il periodo dell’egemonia cartaginese. Diversamente da “Maimulu”, sarà un racconto corale con tanti personaggi. Tra i temi che tratterà ci sono la struttura sociale dei tre grandi popoli nuragici che abitavano l’isola ed i complessi rituali legati agli astri e al culto dell’acqua. Parlerà anche dei rapporti con le altre culture del mediterraneo, come gli Etruschi, i Fenici, i Celti, i pirati greci Focei ed ovviamente i Cartaginesi, che attaccarono l’isola. (M.G.)