L’angolo di Michele Anselmi
Se vi piace il mondo di Ennio Flaiano, intendo la sua arguzia sfottitoria, la sua malinconia adriatica, il suo sguardo da provinciale un po’ cinico e un po’ romantico, il suo romanzo “Tempo di uccidere” e il suo cinema scritto con/per Fellini, be’ dovreste vedere il documentario che Fabrizio Corallo e Valeria Parisi gli hanno dedicato. Ieri sera, mercoledì 29, è passato su Rai Storia, ma si può facilmente recuperarlo su RaiPlay. Si chiama “Flaiano, straniero in patria”, dura poco più di ottanta minuti, lo consiglio caldamente.
Non che sia il primo dedicato al grande pescarese, ma trovo che i due autori abbiano saputo trovare la “giusta distanza” per rievocarne la biografia e l’opera: attraverso le numerose interviste ad amici e collaboratri, la voce di Neri Marcoré per il florilegio di citazioni, la presenza cordiale di Cecilia Dazzi in qualità di narratrice affettuosa, pure sottilmente maliziosa, mai invadente.
Flaiano morì a soli 62 anni, nel novembre 1972, a causa del riaffacciarsi di problemi cardiaci già manifestatisi seriamente nel 1970. Stava lavorando, con Andrea Andermann, al montaggio di “Oceano Canada”, un taccuino di viaggio da quel lontano, enorme e spopolato Paese che sarebbe andato poi in onda sulla Rai in cinque puntate, nel 1973.
Siamo abituati a vedere Flaiano come un umorista fine e arguto, dall’aforisma facile, caustico anche verso sé stesso. Battute come “L’insuccesso mi ha dato alla testa”, “Mi spezzo ma non m’impiego”, “La stupidità degli altri mi affascina, ma preferisco la mia”, “Il peggio che possa capitare a un genio è di essere compreso” restano nella memoria di tanti, specie noi giornalisti approdati al mestiere negli anni Sessanta e Settanta. Eppure Flaiano fu parecchio di più. Forse di sinistra ma certamente non comunista, impermeabile alla battaglia ideologica, dedito a ridere di sé e degli altri, non seppe mai davvero che cosa fare della propria perizia letteraria: il giornalista, lo sceneggiatore, lo scrittore, il drammaturgo?
Il documentario di Corallo e Parisi ben restituisce l’irrequietezza quieta di Flaiano, i suoi scatti d’umore, le sue mancanze di padre e di marito, quel suo essere indeciso a tutto, forse non sapendo bene dove rivolgere uno stato d’animo incantato e disincantato allo stesso tempo. Tutto baffoni, occhiali spessi, capelli folti e pipa accesa.
“Scrittore minore satirico dell’Italia del benessere”: così avrebbe voluto essere ricordato in qualche enciclopedia, forse fingendosi umile o forse davvero convinto di essere solo un epigono, appunto “minore”, dei suoi prediletti Giovenale, Marziale, Catullo.
Venendo entrambi dalla costa adriatica, il romagnolo Fellini e l’abruzzese Flaiano riuscirono meglio di tanti altri cineasti quiriti a raccontare Roma, quel suo spiritaccio cinico e generoso, a suo modo irredimibile. Poi, dopo “Giulietta degli Spiriti”, i due amici litigarono, forse per un equivoco che si sarebbe potuto subito chiarire (un viaggio aereo verso Los Angeles per la Notte degli Oscar con i big in Prima classe e gli sceneggiatori in classe turistica); a meno che non ci fosse dietro qualcosa di più profondo una sorta di disamore reciproco. D’altro canto Flaiano non era mica stato tenero nel dire che i suoi due registi prediletti, Antonioni e Fellini: col tempo non gli piacevano più granché, perché il primo “andava verso la fotografia” e il secondo “verso l’abbigliamento”.
Anch’io sono un provinciale trapiantato a Roma da giovane. E mi basterebbe possedere un sedicesimo, o anche meno, di quel misto di spietatezza e divertimento che Flaiano pigiò nel suo sguardo sulle umane miserie e gioie, attraverso una calligrafia precisa, armoniosa, appena corsivata, come se tutto sgorgasse facile dalla mente, anche quando la pelle era scorticata e il cuore tumefatto. A dirla tutta, però, non penso che fu “straniero in patria”, come recita il sottotitolo; tanto è vero che ancora oggi parliamo tanto di lui.
Michele Anselmi