L’angolo di Michele Anselmi
Omar Nanni ha 39 anni, è autistico, vive a Rimini con i genitori, una nonna e una zia, ma preferirebbe abitare a Senigallia, 67 chilometri più in giù, perché lì è nato Fabrizio Tarducci, in arte Fabri Fibra, il suo idolo. La sorella Irene ha qualche anno in meno, vive a Roma col suo fidanzato salernitano, fa la pubblicitaria e sembra aver tagliato i ponti con la famiglia romagnola. Ma un’emergenza, la mamma deve fare dei controlli medici a Bologna, la spinge a tornare a Rimini per alcuni giorni, e toccherà a lei prendersi cura di Omar, il fratello “difficile”, che lei ha perso di vista da anni.
Ispirato al romanzo autobiografico “Mia sorella mi rompe le balle” dei riminesi Damiano e Margherita Tercon, «una storia di autismo normale» recita il sottotitolo, sta per uscire nelle sale “La vita da grandi”, il film che segna in buona sostanza l’esordio alla regia dell’attrice Greta Scarano. Domani sera, sabato 29, chiuderà il Bif&st di Bari, qualche giorno dopo, il 3 aprile, uscirà nelle sale, targato Grøenlandia e Rai Cinema. Diffido in genere delle attrici che passano alla regia, solo Valeria Golino, a mio parere, ha dimostrato di avere un passo sicuro nel cambio di prospettiva, ma debbo riconoscere che Scarano, romana, 38 anni, ha trovato lo stile giusto per raccontare questa delicata vicenda.
Avendo Damiano e Margherita Tercon seguito passo passo la nascita del film, immagino che abbiano accettato volentieri i cambiamenti, rispetto al romanzo edito d Mondadori nel 2020, introdotti da Scarano e dalle sue sceneggiatrici Sofia Assirelli e Tieta Madia. Solo per dirne una: il vero Damiano sogna di diventare un famoso cantante lirico, mentre Omar vorrebbe essere, parole sue, «un gangsta rapper iper-autistico».
L’autismo è una brutta bestia da rappresentare al cinema, basta poco per esagerare o addolcire, magari tacendo qualcosa o molto di quella condizione umana spesso inafferrabile. Scarano, sorretta dal produttore Matteo Rovere, sceglie la via della commedia realistica.
Avrete capito che, all’inizio, Irene e Omar non si prendono proprio. Lei troppo presa dal lancio di un nuovo prodotto da cui dipende l’acquisto di una casa; lui mesmerizzato dalle pale del ventilatore e spesso chiuso dentro l’armadio dal quale osserva gli eventi. «Sono il tuo fratello maggiore ma mi sono sentito sempre minore» confessa Omar a Irene, ma qualcosa, di bello e di strano, sta per accadere: lui canta una canzone in un locale riminese, piace al pubblico e così finisce nelle selezioni di un ambito talent-show, chiamato “Yes You Can!”. Ma saprà reggere la tensione una volta a Bologna?
Non conoscevo la parola “siblings”, che nel mondo anglosassone definisce semplicemente un legame di fraternità, mentre da noi indica nello specifico l’essere fratelli o sorelle di bambini con disabilità. A suo modo Irene è una “sibling”, ma anche lei ha bisogno di cure e attenzioni. «Io non voglio sistemarmi, io voglio essere felice» rimprovera al fidanzato un po’ impaziente. Scommettiamo che aiutare il fratello a esibirsi davanti alla giuria la farà sentire molto meglio, più serena e realizzata?
Scarano ha avuto intuito e mano felice nello scegliere la veterana Matilda De Angelis e l’esordiente Yuri Tuci, uno che nella sua pagina Facebook si definisce «un uomo autistico ad alto funzionamento, inguaribile romantico, sensibile e testardo», per incarnare i due personaggi, benissimo resi. In una Rimini invernale che molto ricorda la citata Senigallia, Irene e Oscar imparano a conoscersi dopo anni di distrazione reciproca, anche nel ricordo di una canzone di Enzo Iannacci che molto li unì da bambino: “Ci vuole orecchio”, 1980. Il contorno genitoriale è fornito da Maria Amelia Monti e Paolo Hendel, mentre Adriano Pantaleo è il fidanzato di lei. Personalmente avrei usato meno musica di fondo ed evitato una sequenza in ralenti già vista troppe volte, ma il tocco generale è gentile, sensibile, intonato allo slogan di lancio che recita: «Un film che vi renderà felici”.
Alla conferenza stampa odierna erano presenti anche Damiano e Margherita Tercon: diversi dagli attori che li interpretano ma capaci di rispecchiarsi in essi. «Il film non edulcora, racconta una frattura che pure esiste, parla di autismo, relazioni, amori, famiglia, dei dilemmi del crescere, con una punta di ironia» ha scandito Scarano. Così è, in effetti.
Michele Anselmi