L’angolo di Michele Anselmi

«Più si drogano i giovani e meno rompono i coglioni a chi comanda» teorizza il mafioso siciliano che vuole espandersi nel Varesotto, ai danni della più tradizionale ‘ndrangheta calabrese (ramo Santa). Non durerà a lungo, ci penserà Antonio Zagari, su indicazione del padre-padrone Giacomo, a farlo fuori sulla porta di casa. “Ammazzare stanca. Autobiografia di un assassino”, dal libro pubblicato nel 1992, è un bel titolo per un cine-romanzo criminale che pesca nella realtà più fosca e feroce degli anni Settanta e Ottanta. In una scena Daniele Vicari, il cui ultimo lungometraggio, “Orlando”, risale al 2022, mostra Zagari che legge in carcere “Lavorare stanca” di Pavese, e di sicuro non è un caso, anche se il film non necessariamente nobilita il giovane “pentito” morto nel 2004 a cinquant’anni tondi tondi, a causa di un incidente stradale nella località protetta nella quale risiedeva. Un caso o una condanna in differita?
Dice Vicari nelle note di regia: «L’autobiografia di Zagari mi ha lasciato interdetto per la sua sincerità, per come racconta cosa abbia significato per lui uccidere. E ho pensato subito valesse la pena trasformarla in un film perché il racconto mescola molte cose che mi appassionano: action, conflitti familiari, desiderio di emancipazione e ribellione, amore, tragedia e ironia». Il film, passato a settembre nella sezione Spotlight della Mostra veneziana, arriva giovedì 4 dicembre nelle sale con 01 Distribution, producono Mompracem e Rai Cinema.
Incarnato da Gabriel Montesi con vistosi baffoni neri, gli stessi del vero Zagari, il killer ‘ndranghetista viene seguito sin dal suo “battesimo” di fuoco, nelle campagne del Varesotto. Lui parla con calata lombarda, frequenta amici di buona famiglia, cura allo spasimo la sua 128 rossa truccata, però è disprezzato dal padre boss, di estrazione contadina, che lo considera solo “un soldato” al quale affidare pestaggi e omicidi. Almeno sedici persone sono state uccise da Zagari nella sua “carriera”, ma a un certo punto in lui scatta qualcosa: una specie di ripulsa istintiva, una ribellione più del corpo che della coscienza, la percezione nitida di non potersi sottrarre ai riti e alle regole della ‘ndrangheta, se non tradendo chi orchestra azioni sempre più crudeli.
Il “gangster movie” all’italiana è ormai un genere preciso, perfino stereotipato nello sguardo sulle facce, gli ambienti, gli abiti, le parlate. Vicari prova a introdurre qualche variazione sul tema, alla sua maniera, evocando l’altra gioventù che protesta e si mobilita, ma non è facile dribblare una certa convenzione, intendo situazioni, dialoghi, rese dei conti, imboscate, quel diabolico colonnello dei carabinieri. Scritto dal regista con Andrea Cedrola, il film si lascia vedere volentieri nella sua ampia pezzatura (130 minuti), e tuttavia, a mio parere, qualcosa non torna, come se Vicari provasse continuamente a evadere dai cliché senza riuscirci davvero.
Di Montesi, attore versatile e in gran crescita, s’è detto: gli fanno da colorito contorno Vinicio Marchioni, Rocco Papaleo, Thomas Trabacchi e Pier Giorgio Bellocchio (pure coproduttore), tutti maschi e spietati, mentre Selene Caramazza è la virginale moglie finita per amore in quel giro sanguinario.

Michele Anselmi