Il regista greco Alexandros Avranas (già vincitore del Leone d’Argento per la miglior regia nel 2013 con “Miss Violence”, sua opera prima) mette da parte alcune durezze e asperità della sua opera precedente in cambio di una nuova chiave di lettura (politica, in questo caso) del suo cinema in questo ultimo “Quiet Life”, presentato nella sezione Orizzonti di Venezia 81.
Nel raccontare la vita di una famiglia di immigrati russi ricercanti asilo politico in Svezia, Avranas sposta l’attenzione verso una forma di patologia mentale molto particolare, quasi sconosciuta: la Sindrome della Rassegnazione. Quest’ultima è infatti un fenomeno che avviene molto spesso nei bambini, figli di immigrati, che si vedono annullare la loro permanenza nel paese ospitante, venendo quindi costretti a rimpatriare nel paese dal quale essi sono fuggiti.
Se “Miss Violence” aveva come tema centrale la condanna verso un certo tipo di famiglia disfunzionale, nel caso di “Quiet Life”, Avranas sceglie di spostare il focus dell’attenzione verso la politica, le istituzioni e la burocrazia che rendono di fatto prigionieri in un nuovo paese i migranti che lasciano la terra natale per sfuggire alle persecuzioni dei loro governi locali.
Questa crudeltà viene, di fatto, esibita nelle scene in cui vediamo testimoniare davanti a una commissione i vari membri della famiglia di rifugiati i quali, anche dopo aver descritto accuratamente tutte le varie percosse (sia fisiche che emotive) che hanno dovuto subire in Russia, si vedono negata la loro permanenza in Svezia per via della “mancanza di prove sufficienti” a dimostrare la loro situazione di pericolo di vita.
L’assurdità della cosa viene poi amplificata da tutta una serie di gesti che confermano l’appartenenza del regista ad una certa corrente cinematografica moderna, tipicamente greca, chiamata “Greek Weird Wave”: nel mettere in scena con una freddezza emotiva spaventosa alcuni degli istinti più bassi dell’uomo, questa particolare corrente artistica può infatti annoverare, tra i suoi maggiori esponenti, registi del calibro di Yorgos Lanthimos.
Ma per rappresentare questa “anestesia di sensazioni” a cui il cineasta di “Dogtooth” ci ha abituato negli ultimi quindici anni, Avranas decide di lasciare, almeno per una volta, uno spiraglio di luce, di speranza addirittura, che possa far luce su una tema delicatissimo di cui troppo poco si sente parlare.

Daniele Schina