Abbiamo incontrato Roberto Lasagna e Giorgio Barberis, autori di “Ken Loach. Il cinema come lotta e testimonianza”, uscito per i tipi di Falsopiano. La nuova monografia sul regista di “Terra e libertà”, “My Name is Joe”, “Il vento che accarezza l’erba” e “Io, Daniel Blake” si concentra sul valore politico, sul rigore etico e ideologico del suo cinema, proponendo due approcci differenti (Barberis è uno storico del pensiero politico, mentre Lasagna uno psicologo e un critico cinematografico) che finiscono con il tessere un ritratto approfondito, inedito, che non assomiglia nesssun’altra.

Ken Loach è un cineasta che prende posizione e non conosce zone grigie. Allo stesso modo, la monografia che dedicate al suo cinema ha un’impostazione molto chiara, divisa in due parti nette, legata alla volontà di produrre un’analisi volutamente nuova. Parliamo di questo e di come nasce il progetto?

Roberto Lasagna e Giorgio Barberis: Il libro nasce dall’idea di mettere insieme le nostre diverse competenze, unendo sensibilità e metodologie di lavoro differenti, ma complementari: da un lato la storia e la teoria politica, dall’alto lato la critica cinematografica. Due approcci finalizzati a sottolineare la valenza sociale e politica del cinema di Loach, il rigore del suo lavoro artistico e la coerenza di tutta la sua vastissima produzione che copre un arco di tempo di circa sessant’anni e comprende opere straordinarie che fanno sempre riflettere, appassionare, discutere. Il nostro non vuole essere un lavoro biografico e non segue un ordine strettamente cronologico, ma propone un percorso originale tra i principali temi che caratterizzano la filmografia loachiana, utili a comprendere in profondità il tempo inquieto che stiamo vivendo.

Come il regista di Nuneaton usa il cinema per illuminare storie di persone e popoli vittime del capitalismo, la tua analisi della sua produzione, andando indietro e avanti in quasi sessant’anni di carriera, isola temi ricorrenti, mettendo la lente di ingrandimento su alcune svolte della storia contemporanea segnata dal fallimento di un modello economico imperante…

R.L. e G.B.: Noi riteniamo che il cinema di Loach rappresenti in modo esemplare il fallimento sociale del neoliberismo thatcheriano e la crisi dell’ordine liberale after victory. il modello politico economico uscito vincente dalla guerra fredda non ha saputo mantenere le sue promesse e il “pensiero unico” ha dimostrato tutti i suoi limiti. Oggi siamo così nel mezzo di una transizione infinita tra un “non più” e un “non ancora”; un’epoca di incertezza e precarietà (l’altra faccia della moneta rispetto alla flessibilità esaltata dal post-fordismo), che ha conseguenze devastanti sulle vite di molti individui. Nei suoi film, il regista di Nuneaton rappresenta magistralmente questa crisi sistemica, mostra il cortocircuito della politica (in particolare di quella della sinistra in crisi di identità), denuncia l’ottusità del potere e la violenza delle istituzioni e i limiti del capitalismo, “un sistema imbevuto di illusione, sfruttamento e avidità”, come ben dice Jimmy Gralton nel film “Jimmy’s Hall”, del 2014. Nello stesso tempo dal suo cinema emerge anche la necessità e la possibilità di alternative concrete, il bisogno di “un altro mondo possibile”, e vi si dimostra in modo chiarissimo come la dimensione collettiva dia sempre respiro e senso. Basti pensare, ad esempio, al messaggio centrale in quel capolavoro che è “Looking for Eric”, film del 2009 che ha come protagonista uno splendido Éric Cantona. Bisogna ritrovare un’identità collettiva, ridare slancio a un’idea di solidarietà liberatrice (oggi nessuno può salvarsi da solo), ritrovare l’orgoglio della propria storia e delle proprie appartenenze, ma in modo aperto e inclusivo. Occorre ribellarsi a un sistema iniquo, insostenibile e francamente pure insopportabile, e bisogna farlo insieme. Pensiamo all’ultimo film di Loach, “The Old Oak”. Le parole d’ordine della vecchia Società operaia – “Forza, Resilienza, Solidarietà – prendono nuova vita grazie all’incontro con i profughi siriani. Continua a valere la contrapposizione dialettica tra oppressi ed oppressori, e chi vuole cambiare il mondo, per renderlo meno ingiusto, deve necessariamente partire dalla critica del potere e dalla decostruzione delle sue categorie.

“Ken Loach. Il cinema come lotta e testimonianza” è un saggio politico e un saggio di cinema – ed è davvero affascinante come la postfazione sul cinema amplifichi le premesse storico-politiche – che ribadisce come l’esigenza di un’etica sociale sia l’aspetto mai messo in discussione nella messa in scena delle vite dei personaggi (sarebbe meglio di lavoratori) di Loach…

R.L. e G.B.: L’etica sociale è tra gli aspetti che stanno a cuore a Loach, cineasta che nell’inquadrare la crisi delle condizioni lavorative, in particolar modo la disgregazione della classe operaia, ispeziona con passione il mondo di oggi tentando di provocare lo spettatore, facendo nascere in lui un sentimento di partecipazione quando non di indignazione verso ciò che gli viene mostrato. Nella sua lunga carriera, dagli anni Sessanta della televisione inglese all’ultimo capolavoro “The Old Oak”, Loach ha affrontato le dimensioni storico-sociali che preludono alla mancanza di attenzioni, di tutele, di volta in volta con premure rivolte nei suoi film ai giovani, alle donne, ai lavoratori, ai dissidenti ei ai non allineati. E lo sguardo di Loach non di rado coglie convergenze storiche, si innalza ad osservare le guerre e i grandi conflitti, registrando la crisi della solidarietà sociale e politica che si è affiancata alla crisi del lavoratore, tra i mutamenti di una politica sempre di più condizionata dalla finanza e dell’economia. Loach, con il suo sguardo acuto e diretto, con i suoi toni drammatici ma in grado di accogliere l’ironia, con il pathos della sua rappresentazione fatta di persone vere e attendibili, racconta le aberrazioni del linguaggio del potere e la crudeltà cui è sottoposta la popolazione in un’epoca in cui, a dispetto delle ideologie del benessere e del consumo, lavorare significa anche poter mettere in grave pericolo la propria vita. Loach rivendica il bisogno di un’etica sociale che salvaguardi dai rischi del lavoro, che permetta alle persone di vivere civilmente e in un dialogo sociale fatto di rinnovata solidarietà dove non ci siano né primi né ultimi ma persone in grado di partecipare e di ritrovare un senso di appartenenza.

Quali sono le premesse del cinema di Loach, penso soltanto al grande cinema civile italiano di Rosi o al lavoro di Straub, e quali le filiazioni? Non solo i Dardenne, Cantet, Brizé…

R.L. e G.B.: Nonostante Ken Loach non possa essere definito un regista cinefilo, ovverosia un regista che cita e omaggia esplicitamente questo o quel film, il suo lavoro è l’evoluzione della sua sessantennale esperienza che è nata dal racconto della realtà, quindi dai romanzi, dalle testimonianze e dai racconti degli scrittori e delle scrittrici chiamati a essere fonte di ispirazione, quelli il cui sguardo sul sociale gli ha permesso di infondere la sua visione che si è espressa precocemente e con grande intensità sin dall’esperienza televisiva e dalle prove con il teatro degli anni Sessanta. Soprattutto la televisione, quella che Loach ha fatto “dal vivo”, controcorrente, produttrice di proposte in grado di raccontare gli ultimi, i diseredati, i maltrattati dal diritto in un Inghilterra estranea ai bagliori della Swinging London. Loach si muove dentro una personale Nouvelle Vague le cui intemperanze sono una questione di sguardo, una prospettiva poi passata al cinema sin dall’esordio cinematografico di “Poor Cow” nel 1967. Una visione politica, provocatoria, la cui trasparenza è anche quella della realtà che si vuole offrire senza orpelli, con attori e attrici che aderiscono al personaggio e anzi sono il personaggio. Le filiazioni sono evidentemente molteplici, soprattutto oggi, dove i cineasti che tu citi, Dardenne, Cantet, Brizé, trovano uno spessore e una capacità di sguardo che deve molto a Loach, alla sua battaglia che tante volte si è tentato di neutralizzare, come quando ogni nuovo film veniva accolto con prudenza, gettando addosso al regista l’accusa di schematismo o di prospettiva unilaterale. Ma proprio quei registi, come qualcun altro, hanno saputo accogliere la lezione di Loach per i quale il realismo è l’esito di un’elaborazione, linguistica ed esistenziale, nonostante l’effetto possa risultare anche quello schietto di una “finestra sul mondo”.