A metà degli anni ottanta ho trascorso quattro mesi nell’allora Berlino Ovest. La padrona di un appartamento in zona centro mi aveva affittato una stanza. La camera di fronte alla mia era stata assegnata ad altri coinquilini, mentre la padrona occupava la stanza più grande. Guardava tutto il giorno la TV in salotto. Una volta ogni quindici giorni si ubriacava, e allora sì che la situazione si faceva complicata. Ho dovuto in un’occasione rifiutare le sue avance. In un altro frangente sono riuscito, a stento, a convincerla di non essere una spia italiana e che non occorreva chiamare la polizia. Inutile aggiungere che non rimasi molto a lungo in quell’appartamento. Questi ricordi al limite dell’assurdo sono riaffiorati mentre leggevo “A Ballet of Lepers” – la raccolta di storie brevi risalente al 1956 e pubblicata postuma nel 2022 – che segna l’esordio di Leonard Cohen come romanziere. La curatrice Alexandra Pleshoyano avvalora l’ipotesi che si tratti di racconti semi-autobiografici perché “i protagonisti sembrano quasi essere gli alter ego dell’autore stesso”. Così ritroviamo il nonno materno, ex talmudista ormai affetto da demenza senile, nell’atto di defecare e orinare senza vergogna nei corridoi della casa abitata da Leonard. In una trasposizione dello stesso personaggio appartenente ad un secondo racconto, il nonno si trasforma in un uomo violento, prende a bastonate e lancia i suoi escrementi contro la padrona di casa dove Leonard sta alloggiando. In una scena a dir poco disgustosa, nonno e nipote umiliano a colpi di bastone l’ex fidanzata di Leonard dopo che lui ha troncato il rapporto. “A Ballet of Lepers” contiene le confessioni di una mente malata. Non vi mancano riferimenti alla pratica dell’elettroshock in voga nella seconda metà del secolo. Nel racconto conclusivo, “Trade”, lo scrittore ricorda di essere stato internato nell’Allan Memorial Institute di Montréal, un ospedale psichiatrico dal passato di dubbia fama per via di esperimenti che vi si svolsero nell’ambito di un progetto di manipolazione della psiche e controllo mentale denominato MKUltra. Il protagonista di “Trade” si chiama Tony. Scrive Cohen: “cominciarono a lavorare su Tony tramite droghe, discorsi mirati ed elettricità. Lo cambiarono un po’, lo resero più felice, gli insegnarono a non preoccuparsi più di tanto”. Cohen ha di certo qualcosa da dire sul rapporto tra la capitale culturale del Québec, Montréal, e l’Allan Memorial Institute: “il cuore della città non era nelle nuove costruzioni e nelle strade sempre più ampie. Il cuore della città era proprio lì all’Allan che tramite droghe ed elettricità impediva agli uomini d’affari d’impazzire e alle loro mogli di suicidarsi e teneva i loro figli liberi dall’odio. L’ospedale era il vero cuore della città, pompava stabilità ed erezioni e orgasmi e sonno dentro tutte le arterie commerciali in declino”. Per coloro che hanno santificato Leonard Cohen e lo vedono solo come sinonimo di eleganza e sobrietà intellettuale va forse sconsigliata una traduzione di “Un balletto di lebbrosi”. Potrebbe uscirne un’immagine ben diversa. A detta di alcuni suoi sostenitori l’assegnazione del Nobel per la letteratura l’avrebbe addirittura meritata più lui di Bob Dylan. Ma se si parte dalla motivazione del premio a Dylan fornita dall’Accademia svedese – “l’aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana” – va specificato che Bob Dylan e i grandi bluesmen del passato, oltre alle band che ne hanno raccolto l’eredità, appartengono a un filone artistico ben preciso. Il nome di Leonard Cohen non può essere inserito tra coloro che hanno rappresentato, reso grande e fatto la storia del rock’n’roll. Rappresenta piuttosto una scheggia impazzita, per quanto sublime, della musica rock.

È stato detto riguardo a Leonard Cohen che non era interessato alla quiete prima della tempesta, bensì alla quiete dopo la tempesta. Una raccolta di scritti e poesie successiva intitolata “Death of a Lady’s Man” testimonia l’ambizione dell’autore di diventare pio, di redimersi, di espiare. Un tentativo perennemente frustrato dai commenti sarcastici di una seconda voce interiore, una specie di super-io che ricorda all’autore tutte le sue manchevolezze e quanto siano vane le sue pretese di purificazione. Al cospetto del maestro padrone, del suo intransigente alter ego, Leonard Cohen soccombe. Si sente schiavo di cliniche e dottori. In un bar di bassa lega contrae la gonorrea. Gliela curano a Berlino usando un “mostruoso ago ufficiale”. Cosa significherebbero altrimenti le seguenti rivelazioni contenute in “Death of a Lady’s Man”?

C’è un vero “ospedale” non lontano da qui. Il “medico” porta dei guanti di gomma gialla che si è comprato da un ferramenta. È un’idea sua. Due “infermiere” spingono un carrello con un apparecchio elettrico nella camera in cui il “paziente” è legato al “letto”. Le “infermiere” tolgono il lenzuolo di sopra. Il lenzuolo di sotto è di gomma. Il “medico” afferra i “testicoli” del “paziente” e li torce con forza, e dice: Come ci sentiamo oggi? Il “paziente” lo guarda fisso con gli “occhi” sbarrati. Ha la bocca chiusa da un nastro adesivo. Le “infermiere” attaccano dei “fili” alle “parti rasate” del suo “cranio” (traduzione tratta da Morte di un Casanova – minimum fax).

Chi è il paziente in questione, vittima più o meno consenziente di inquietanti pratiche ospedaliere? Il poeta canadese Irving Layton ha detto in un documentario che Cohen raggiunge la “salvezza” soltanto grazie alla musica. Io mi esprimerei in maniera diversa per affermare senza pudore che detesto i romanzi di Leonard Cohen, apprezzo con grande fatica le sue poesie, e adoro la sua musica! So che mi sto contraddicendo, ma è quello sento.

Marco Zoppas