L’angolo di Michele Anselmi

Dice: “Sei prevenuto nei confronti del cinema italiano, non ti piace quasi nulla”. Dico: sì, un po’ è vero, ma credo di saper ancora distinguere. Giovedì 30 novembre, per esempio, cioè dopodomani, escono sette titoli italiani nelle sale, uno sproposito, una roba autolesionista, e l’unico che mi interessa vedere del settetto è “Palazzina Laf” di Michele Riondino (di sicuro, dato l’argomento di ambiente operaio, non farà il pieno di pubblico).

Ero prevenuto e facevo bene anche verso “Scordato”, quarto film da regista di Rocco Papaleo, versatile attore e musicista, 65 anni, da Lauria (Basilicata). Non mi capitò di vederlo al cinema quando uscì lo scorso aprile, totalizzando circa 1 milione e 200 mila euro al botteghino, neanche poco; l’ho visto adesso che passa su Sky, essendo coprodotto in famiglia da Vision Distribution.

“Un’opera intimista, matura e malinconica” ha scritto la collega Claudia Catalli su MyMovies.it; purtroppo non così appare ai miei occhi. Mi sembra semmai autoriferita, arrischiata e pretenziosetta. Ma il titolo funziona, è giustamente allusivo e leggibile in un doppio senso: di strumento che non regge l’accordatura e di persona che tende a dimenticare.

Per chi non sapesse: Orlando Bevilacqua, appunto Papaleo, accorda pianoforti al Conservatorio di Salerno, senza alcun entusiasmo, tutto sembra essere andato storto nella sua vita. Oggi, sessantenne sgualcito e dolorante di schiena, prova a scuotersi dal torpore scopacchiando con un’amica buffa che non gli piace fisicamente, ma anche lì fa cilecca. Era da giovane un poeta in erba, adesso gli è rimasta solo l’erba, nel senso delle canne. Perché s’è ridotto così? E chi è l’amico riccioluto e coi baffi che gli sta sempre addosso, canta in dialetto lucano e sembra conoscerlo molto bene?

Intanto una bella fisioterapista e cantante di nome Olga Santopadre, ovvero Giorgia, s’appassiona allo stato dell’ometto confuso e depresso. Serve una foto della sua adolescenza, per confrontare le posture di allora e di adesso. Gli scatti sono tutti a Lauria, nella casa natia dove Orlando non mette piede da anni: parte così un viaggio nella memoria, tra realistico e fantastico.

Fotografia decolorata, tendente al grigio, per raccontare l’oggi, fotografia calda, piena di rossi e arancioni, per rievocare i flashback. Papaleo parla naturalmente di sé stesso, fa autoanalisi, forse mettendosi a nudo dopo il Covid, nella speranza di trasformare il suo Orlando, così asprigno e incattivito col mondo, in un antieroe capace di fare pace con sé stesso, con le radici dialettali, con ciò che resta della propria famiglia (c’è di mezzo anche il terrorismo rosso). Insomma dovrà trovare il modo per riaccordarsi.

Sfocature estetizzanti, chiacchiere a ruota libera con una specie di fantasma, panorami lucani, continui riferimenti a “ficcare”, frammenti di pensose poesie scritte dal regista e la solita canzone anni Sessanta pure cantata in chiesa (è “Il paradiso” di Patty Pravo, 1969): il film è certo intriso di malinconia, ma anche il risultato una notevole sopravvalutazione delle proprie forze espressive.

Michele Anselmi